Lo Scriba caro al Faraone
di Nadia Balanzoni


Il mio nome è Khafra, o forse lo è stato, non so. Il mio nome era il disco del sole alto nel cielo ed ancora il sole che sorge e la vipera che striscia sulle sabbie, che per gioco stringevo all'interno del cartiglio, mentre ora è meno del vapore che si alza dal letto del fiume nella stagione secca. Nemmeno io riesco più a scorgerne la forma, non scorgo più alcuna forma di me, ormai.

Eppure c'è stato un tempo in cui ho avuto un cranio rasato e lucido d'olio speziato, sul quale scendeva morbida la parrucca, un cranio liscio sotto la cui volta si gonfiavano come vele nella brezza della sera immagini e pensieri. Ora non ho più nemmeno quelle ossa appena curve, così chiare, così friabili, ora di esse non ne ha più memoria neanche la polvere del deserto.

Eppure c'è stato un tempo in cui ho avuto occhi scuri e bistrati e ciglia lunghe, sguardo da falco, ho avuto occhi che scorgevo riflessi in quelli della mia sempre amata...

Ho avuto occhi che credevano di vedere, che guardavano ma non dividevano ciò che era bene da ciò che era male. Ora non ho più nemmeno l'ombra di quelle palpebre, nè lo scintillio delle lacrime, che possano dar tregua a questa luce ed a questa notte che mi trafiggono.

Eppure c'è stato un tempo in cui ho avuto pelle e carne sotto la pelle ed ossa ed un cuore rumoroso come rapide, che mi illudeva e mi faceva credere un uomo libero. Ora non c'è più quel suono caldo, non c'è più quel torrente e quella forza, ora tutto ciò che fu ha la stessa consistenza della mia illusione tradita.

Eppure c'è stato un tempo in cui avevo mani, dita sottili, appena scure, dita potenti che sapevano come trasformare le parole in segni, le parole del Faraone, ma anche le parole che da sempre servono a descrivere i sogni. Ora di quelle mani non rimane più che un soffio nel turbine dei secoli, tutta quella potenza è ormai soltanto un'infinitesimale scheggia di se stessa, che a tratti brilla mentre si afferra a ciò che le è comandato afferrare.

Eppure c'è stato un tempo in cui avevo orgoglio, orgoglio per il mio amore, per la mia stessa persona, per la mia casa e per l'amena terra di Khemi, ma sopra ogni cosa avevo orgoglio per le storie che uscivano dal mio cuore e si lasciavano da me raccontare sui fogli preziosi.

Non ho mai saputo da dove mi giungessero quelle storie e da dove mi giungano ancora. Mi passavano attraverso, ero come il loro canale tra i campi. Portavo la loro acqua ove c'era chi ne aveva sete. Ed Unis, il Faraone sempre più ne voleva bere.

Giorno dopo giorno mi allontanava dall'inventariare quanto arrivava dalle provincie lontane, mi allontanava dalla corrispondenza con gli alleati e con gli eserciti, toglieva dalle mie mani la tavoletta e, per fa sì che le parole fluissero più veloci, mi donava rotoli di papiro, giunchi appuntiti ed inchiostro scuro. Giorno dopo giorno diventavo più grato al suo sguardo ed il mio orgoglio segreto diveniva pian piano il suo orgoglio manifesto. Null'altro dovevo fare che lasciar scorrere per lui quel canale tra i campi, quelle acque sempre più ricche, verdi, fresche e piene di ombre di pesci nella corrente.

A tutti coloro che attorniavano il Faraone piacevano le mie storie, ne sorridevano e ne ridevano con cuori sinceri. A tutti piacevano, tranne che a colui che Unis da sè scostava nella misura in cui avvicinava me. Il suo vero nome da tempo è stato cancellato dalla mia memoria e da quella dei mondi. Il suo nome per me ora è Seth, il nome di un essere malvagio. E di nessun altro nome egli è mai stato degno.

Per molto tempo lo credetti sacerdote di quel Dio che neanche volle vedere il suo volto quando egli fu portato al Suo cospetto, io li scorsi ed intravvidi il lampo che seguì il loro incontro, ma non fu consolante, per me, poichè ciò che egli aveva fatto non si potrà mai cancellare.

Per molto tempo mi inchinai a lui e lo trattai con quel rispetto di cui credevo fosse degno, ma i miei occhi, troppo avvinti dai sogni, non vedevano la realtà della sua invidia nei miei confronti.

Qualcuno mi riferì, quando ormai era troppo tardi perchè io potessi difendermi, che egli era solito, prima del mio arrivo, raccontare al Faraone storie di potere e di magia, storie cupe e spesso spaventose a cui Unis si era morbosamente attaccato, sebbene in cuor suo ne avesse timore. Nessuno amava restare accanto al Faraone mentre Seth raccontava le sue storie e chi vi era costretto portava a lungo un corruccio sulla fronte ed un peso in petto. Quell'aria greve e quell'oscuro incantamento recavano influssi nefandi sull'agire di Unis, tanto che chi lo amava, pur non riconoscendo in quel tempo chiaramente l'origine di certe decisioni da lui prese, tacendo temeva per lui e per il destino del suo popolo.

Mai mi resi conto di tutto ciò, mai ebbi sentore di quei vapori insani, finchè il tempo non si chiuse ed io non potei più nulla, tanto che ora credo che quelle storie che uscivano da me mi avessero avvolto la testa ed il cuore in una nuvola luminosa, che mi impediva di vedere le ombre, che mi impediva di vedere appieno la realtà.

E mentre io vivevo in quella che mi pareva una dolce lucente stagione che non dovesse finire mai, mentre il mio cuore godeva delle scaglie di sole sul grande fiume, del volo alto delle rondini al crepuscolo, dei colori delle messi nei campi e del profumo dei capelli della mia amata, su di me si stava addensando quel pericolo che mai avrei saputo immaginare.

Seth mi sorprese così, mentre tra le piante di papiro stavo asciugandomi al sole. Sentii un fruscio in alto dietro di me, sulla sponda. Mi voltai con gli occhi abbagliati dalla piena luce, mi feci riparo con la mano ancora grondante e riuscii a distinguere appena il suo profilo, lassù, tra l'erba bassa del breve pendio. Lo vidi alzare la mano destra verso di me ed intuii le sue dita che si tendevano e quella tensione mi raggiunse ed io non potei più muovere nessun muscolo del mio corpo. Avvertii un'ondata nera che cresceva in me velocemente e le parole che egli stava gridando si confondevano in quel rombo indistinto, minaccioso, tremendo.

Mentre sentivo il mio corpo farsi rigido e più freddo della pietra su cui sedevo, quell'ondata terribile mi raggiunse in pieno, d'improvviso tutto fu silenzio, sentii solo uno strano rumore, come un risucchio, e tutto il mio essere si ritrovò stretto nel suo pugno ed attorno non c'era che notte attraversata dallo sguardo lancinante dei suoi occhi e dal vento ghiacciato in cui si erano trasformate le sue parole.

Di colpo allargò le dita e mi lasciò andare. Il mio kha ritornò con un sussulto nel suo involucro materiale, ritrovandolo a terra, rattrappito, col fuoco nei visceri, spine nelle mani, tempeste di pietre nella testa. Vomitai, mi rotolai nella sabbia, lottando con le mie stesse membra che non volevano rispondere alla mia volontà. Riuscii appena ad alzare il capo ed a vedere l'ombra della sua figura allontanarsi lungo la riva che ora mi appariva di un piatto giallo ocra, contro un cielo di olio rovente.

Persi i sensi e quando i figli di Akhet il traghettatore mi ritrovarono sulla battigia lambita dalle onde, fu come risvegliarmi da un sonno profondo, da cui risalii a fatica. Non trovai, nè attorno, nè dentro di me, alcuna traccia del dolore. La pelle delle mie dita era rattrappita per la lunga permanenza nell'acqua, ma le mie membra erano fresche, sembravano non aver mai conosciuto alcun gelo. I ragazzi mi circondarono ed un pò sostenendomi, un pò trascinandomi, mi condussero fino alla loro dimora, non molto distante.

La madre mi accolse con gioia, ringraziandomi più volte per l'onore che le facevo entrando nella sua casa. Mi sentivo leggero, svuotato, non sapevo cosa pensare, volevo credere ad un malore ed un incubo passeggeri ed un pò per provare a me stesso quella convinzione accettai datteri e pane, con l'intenzione di ritrovare le forze. Mentre mangiavo mi chiese con sollecitudine cosa mi fosse accaduto e quando io di rimando le domandai se avesse visto passare quel sacerdote, fece uno strano gesto nell'aria, scosse bruscamente il capo e si allontanò con una scusa.

Lasciai quel luogo quasi correndo, mentre l'angoscia mi attanagliava il cuore.

Con passo disordinato raggiunsi senza rendermene conto il vialetto che conduceva alla nostra casa. Qualcosa si sciolse quando intravvidi tra le palme basse Neit, la mia sempre amata. Il rumore dei miei sandali dovette allarmarla, lei si girò di scatto e il suo viso fu come la luna chiara quando mi riconobbe, ma una nube cupa la trasformò quando lei vide i miei occhi. Non potè far altro che allargare le braccia ed accogliermi ed io non potei che stringerla convulsamente a me.

Non ci furono parole, in quel momento, e non so come fece, ma lei capì, lei sentì tutto ciò che sentivo ed avevo sentito io. Mi stringeva e la stringevo e sentivamo di non avere altro rifugio che noi stessi e quel breve tempo, lì, quella notte. Abbracciati entrammo nella nostra casa e l'amore e la disperazione si fusero in noi. Fu l'ultima volta che ci amammo. Il pensiero di lei, anche solo il ricordo del suo nome, sono un balsamo per me e lo sono sempre stati in tutti questi lunghi anni bui e silenziosi.

Dei giorni che seguirono ricordo la luce del sole che diveniva sempre più grigia. Delle consultazioni alla Casa della Vita, delle suppliche ai sacerdoti non rimane altro che un fastidioso brusio. Ben presto compresi che tutto ciò era inutile, come inutili le ricerche che il Faraone ordinò sulle tracce di Seth fuggitivo.

Unis mi fissava con sguardo afflitto, affranto, tanto che al dolore che stavo provando per me stesso si unì quello datomi dal far sentire il Faraone impotente. Non sopportai più la sua presenza e chiesi di rimanere nella mia casa. Passai così quegli ultimi giorni nell'orto, sotto l'ombra del fico, che per i miei occhi andava via via facendosi più scura.

La maledizione che mi lanciò Seth mi stava recando la morte. Cominciarono le mie mani a farsi scure come cuoio, a perdere il tocco, ormai simili a piccoli rami rinsecchiti. Le ossa ed i tendini divenivano tutt'uno sotto la pelle sempre più sottile ed opaca. Vedevo il mio corpo mummificarsi pian piano, vedevo la disperazione di Neit, il suo furore e la sua forza. Quella vivida luce nei suoi occhi fu l'unica che rischiarò quel tempo.

Sebbene il mio corpo andasse dissolvendosi, sempre più simile a roccia fragile e friabile, la mia mente era chiara, la mia coscienza era presente e testimoniava quanto stava accadendo ormai con distacco.

Quel mattino, mentre stavo guardando il sole sorgere e gli aironi volare in una nebbia fumosa, non mi sorpresi quando tutto ritornò all'improvviso nitido e luminoso, quando i colori ritornarono al mondo a me dinanzi. Con il gelo nella mente compresi subito e nello stesso istante mi sentii sollevare da terra e dall'alto vidi la mia casa, il mio orto e, tra le foglie rade del fico, quel che restava del mio corpo sgretolarsi e disperdersi nel vento.

Non avevo più nulla, nè vita, nè corpo, nè Kha, dissoltosi con l'ultimo briciolo delle mie ossa. Non ero più nulla, non mi vedevo, non emettevo alcun suono, non sentivo alcuna pulsazione in me, eppure ero, ero ancora qualcosa, qualcuna delle mie anime non era stata distrutta, ero ancora cosciente. Pensai a ciò che raccontavano i sacerdoti nel tempio di Ra a proposito del corpo di uccello con la testa umana, ma io non vedevo piume, nè sentivo tendersi ali. Nello stesso tempo potevo vedere il cielo e piccole nubi che mi passavano al di sopra leggere ed il mondo dei vivi che scorreva sotto di me, il solco sottile del fiume che scintillava laggiù, serpeggiando, ma ero io che mi stavo muovendo. Con un senso fino ad allora ignoto percepivo un flusso, una forte corrente e mi sentivo da questa trasportato.

Giunsi così ad un luogo sconosciuto, dinanzi ad ampie mura alla cui base mi depose la corrente. Era come se da un torrente rapido mi fossi arenato in una pozza stagnante. Non potevo muovermi, non potevo far altro che guardare quelle enormi pietre rossastre che si appoggiavano le une sulle altre fino a raggiungere un'altezza che pensai impossibile per le capacità umane. Sentimenti contrastanti mi attraversavano, e mi pareva quasi che giungessero dal di fuori di me. Temetti che quella fosse la mia ultima destinazione, lì, dove credetti fosse il confine tra i due mondi, esiliato da entrambi, ma nello stesso tempo percepii un senso di attesa crescere lentamente, fino a divenire dominante ed a colmare la mia mente, mentre il tempo sembrava sospeso.

Mi resi conto ad un tratto che le fessure tra le pietre davanti a me si stavano facendo più profonde, mentre si delineava quello che subito interpretai come il riquadro di una porta. Le pietre all'interno di quel perimetro tremolarono come un riflesso sull'acqua e scomparvero ed una luce morbida , uscendo da quel varco, colpì il terreno vicino a me. Volevo muovermi, volevo andare verso quella porta, entrare in quella luce, volevo, ma pareva che le rocce stesse mi bloccassero, che la pietra fosse il mio nuovo corpo. Il desiderio di oltrepassare quella soglia divenne pressante, pungente, doloroso, di un'intensità che mai avevo conosciuto nella mia vita mortale, quando vidi dalla luce giungere una figura femminile. Il volto era dolce e deciso al contempo, il corpo coperto da una semplice tunica candida, nessun gioiello la adornava. In un lampo riconobbi in lei Maet - la dea di Verità e Giustizia, che accoglie i defunti e li introduce al cospetto degli dei giudici - e con quella consapevolezza, nello stesso lampo, giunse a me la speranza. Tentai nuovamente con tutte le mie forze di muovermi, ma ancora nulla. Lei, ferma sulla soglia, circondata dalla luminosità dolce, sembrava vacillare leggermente. Mi guardava e sebbene l'espressione del suo viso fosse immutata, scorsi nei suoi occhi una grande pena che, capii, era per me. Reclinò il capo da un lato ed incrociò i polsi sul cuore e così restò per un attimo, mentre ogni pensiero in me si sospendeva.

Un'altra figura giunse alle sue spalle e lei si scostò per cederle il passo, lanciandomi un ultimo, triste sguardo. Fu Thot, lo scriba divino, a varcare la soglia e ad avvicinarsi a me. Quando mi fu di fronte allungò la mano e, sotto le sue dita, sentii la mia spalla. Ciò ancora di più mi disorientò e mi rivolsi al suo volto pensoso di babbuino con ansia.

Compresi solo più tardi che l'anima dei defunti è accolta dalla Verità e dal dio cui, seppur inconsapevolmente, essi hanno dedicato la vita. Così fu per me: fu Thot a parlarmi e rivelarmi il mio destino, poichè egli da sempre è, in cuor mio, maestro, amico e guida.

La sua voce era simile al vento sulla sabbia, i suoi occhi scuri ed umidi.

"Oh, Khafra, mio fratello umano! è mio stesso dolore rivelarti che neppure gli Dei potranno mai sciogliere la maledizione che ti lega!

Accade a volte che Essi stringano patti con alcuni umani, mostrino loro segreti, diano loro potere sul proprio stesso potere, poichè è desiderio degli Dei che la propria forza sia riflessa nel mondo dei mortali tramite chi è a Loro caro. Ciò ha dato alla terra che ora hai lasciato infinite meraviglie ed all'umanità sapere sulla propria stessa vita. Accade a volte, però, che l'animo di qualcuno di questi uomini venga a guastarsi, forse proprio a contatto di quanto è stato loro rivelato. La loro mente si brucia, la loro ragione si perverte fino a che essi fanno uso della forza segreta in maniera abominevole e contraria al volere degli stessi Dei.

Questo è accaduto: in gioventù colui che ti ha maledetto aveva animo sincero, desideroso di conoscenza profonda. Null'altro voleva dalla vita se non trovare la chiave dei Supremi Misteri. In verde età si consacrò a Colui-che-Illumina-i-Mondi e ne divenne devoto sacerdote. Miele per la bocca del Dio erano i versi che l'uomo scriveva in Sua gloria, preziosi monili per il Suo collo i nuovi accoliti che l'uomo portava nel Suo tempio, balsamo per la Sua fronte le notti che l'uomo passava studiando le rivelazioni del passato.

Il Dio sentiva quell'umano farsi sempre più caro al Suo cuore, cosicchè lo visitò in sogno, recandogli in dono la chiave di una Porta Minore e la promessa di sigillare gli atti che l'uomo avesse compiuto in Suo nome. Timore, stupore e gratitudine erano nel sacerdote ed i canti che egli compose in quel tempo furono di splendente bellezza.

Così come si volse la sua età, così mutò lo spirito dell'uomo, che, addentratosi sui sentieri a cui dava accesso quella Porta Minore, tramutò il timore e lo stupore in sicurezza e la gratitudine in orgoglio. Il seme di ciò era da sempre stato nel suo profondo, un seme scuro e più piccolo di quello del sesamo, ma il Dio non l'aveva veduto. Quando si accorse di come stesse germogliando e crescendo forte quella mala pianta ne fu addolorato e volse gli occhi altrove, restando però legato a quel sacerdote dalla promessa che incautamente gli aveva fatto, poichè le promesse degli dei non possono essere mai cancellate.

Gli atti che l'uomo compì in quel periodo fecero sì che il suo cuore divenisse così pesante, che già da allora non avrebbe superato la prova della bilancia di Anubis ed Horo. Egli però celava così bene la propria indole, che gli fu facile, dato il suo sapere, entrare nei favori del Faraone ed influenzarlo con il potere che aveva tratto dalle ombre. Tu giungesti senza saperlo a spezzare le sue armi, a risvegliare il Faraone dall'incanto che il sacerdote gli stava lentamente gettando con i suoi racconti. La luminosità dei tuoi scritti andava dissipando l'oscurità tesa dalle sue storie. Egli non riuscì a sopportare il proprio allontanamento e, per aver infranto i suoi disegni di gloria, ti punì così duramente, usando il nome di Colui che più non lo amava...."

Sentii le sue dita secche e calde stringere ancora di più la mia carne a me invisibile. Distolse un attimo lo sguardo, i suoi occhi si fecero più umidi.

"Oh, mio fratello umano, non è solo la morte ciò che quell'uomo ti ha donato!"

Un breve sospiro gli sfuggì.

"Egli ha rivolto la lancia, con cui inconsapevole lo colpisti, contro di te: ti ha condannato a scrivere in eterno..."

Sentii un vortice dentro di me. Lo scriba divino lasciò ricadere la sua mano lungo il fianco e guardò lontano, verso il deserto.

"Passeranno gli anni e la polvere ricoprirà il mio nome e quello degli dei che mi sono compagni. Civiltà moriranno e nasceranno e l'aspetto stesso della terra muterà. Tu non sarai nè vivo tra i vivi, nè morto tra i morti, nè albergherai con gli dei, ma le tue mani, invisibili come l'aria sottile, dovranno obbedire all'ignobile comando. Il tuo dolore e le tue peregrinazioni dureranno millenni e ti parranno non avere mai fine.."

Si volse nuovamente a me e mi si fece più vicino.

"Ma ora io, Thot, faccio a te una promessa. Anche quando il mio potere sembrerà essere naufragato nel fiume del tempo, anche quando la mia effigie non sarà nulla più che un dipinto per gli uomini, non mi riposerò nel luogo che accoglie gli dei dimenticati, ma attenderò. Io ti prometto: quando per questo l'umanità sarà pronta, costruirò per te un sito della tua stessa consistenza. Laggiù tu ti insedierai. Laggiù trasformeremo la maledizione nella tua e nella mia gloria. Da laggiù la nostra arte avvolgerà il mondo."

Un lieve sorriso accompagnò le ultime parole, quindi egli chinò il capo e tornò verso l'apertura, rivolgendomi un breve cenno solo prima di reimmergersi nella luce dorata.

Più volte tornai, nel tempo passato, su quella pietra, avanti quelle mura, più volte tornai senza essere chiamato da alcuna voce, nel momento in cui si avvicinava alla porta guardata da Maet chi nella vita mi era stato vicino. Così tra gli altri vidi Unis, che giunse lì da solo, come un semplice uomo. Così vidi Seth e la sua distruzione... e vidi Neit, con i capelli ormai bianchi, abbracciata sulla soglia dalla splendente Iside. Ella si volse, sussurrò il mio nome, anche se, ne sono certo, non mi scorse.

Altre volte mi è accaduto di assistere al passaggio di uomini e donne che mi son stati simili negli usi e nel carattere, ma che io mai conobbi in vita. Gente di popoli, di tempi e di terre diversi dai miei, che, senza saperlo, mi ha voluto testimone. Ho visto così altri varchi aperti su verdi territori popolati da animali o su nubi piene di luce, attraverso selve d'oro od isole nella nebbia... ed ho visto i volti e le sembianze di innumerevoli dei...

La mia presenza commossa e silenziosa all'affacciarsi su altri piani, ad altri mondi, di miei fratelli sconosciuti è stata per me una briciola di pace, un'insenatura tranquilla, che per un frammento di tempo mi ha accolto e riparato dal vento incessante della maledizione.

Trascinato e scosso da quel vento potente, il mio essere si è aggrappato ad un infinito numero di mani, si è frammischiato alla pietra, alla creta, alla polpa di albero, all'inchiostro, al sudore.

Sono stato meno di un grano di sabbia tra le dita di coloro che incisero quei segni da me tanto amati sulle alte pareti degli obelischi , dal cuore della mia terra, verso il sole.

Sono stato meno di sottile fibra nel palmo di chi usò nodi colorati per raccontare, là sull'immensa catena montuosa, oltre i mari.

Sono stato meno di polvere tra le unghie di chi narrò storie sulle lastre chiare, lungo le coste dello stesso mare in cui sfocia il grande fiume.

Sono stato meno del pelo di un pennello tra le pieghe delle falangi di chi dipinse parole, ad oriente, dove la terraferma si spezzetta nella corrente degli oceani.

Sono stato meno del tocco di una piuma sulla linea del polso di chi vergò pergamene nel chiuso di stanze silenziose e buie.

Sono stato tutto ciò ed ancora meno dell'ombra delle lettere di piombo, meno del graffio del pennino sulla carta, meno del pulviscolo del colore sul muro...

Sono stato tutto ciò... e solitudine e dolore e rimpianto.

Sono stato tutto ciò, per lungo tempo, ma qui ed adesso, mentre guardo indietro, il dolore si fa dolce come la malinconia ed i millenni diventano un battito di ciglia, una bolla leggera di sogno, tra la luce del sole che mi scaldava la pelle in un luogo di cui non rimangono che pietre ed il momento presente, in questo luogo senza forma.

Sono stato tutto ciò, ma ora sono qui, tra voi, e vi scrivo...

Nota del Duca Lucifero:
È uno dei racconti più coinvolgenti che abbia mai letto, la cadenza quasi ritmica ed ipnotica dei periodi ha il fascino di un antico testo egizio...
La scrittrice non solo è perfettamente riuscita ad immedesimarsi nel personaggio ma lo rende incredibilmente reale ed espressivo...
Leggendo il brano sembra di ascoltare i pensieri ed i ricordi dello Scriba conservato al Museo del Louvre!
Come sottofondo era quasi indispensabile un brano che incarnasse il mistero ieratico del personaggio narrante e la scelta dello strano Pax Deorum di Enya è stata quasi obbligata, il ritmo cupo, i rintocchi e la melodia ossessiva evocano immagini antiche e una tremenda solitudine...
Spero che Nadia se avrà modo di vedere questa pagina possa apprezzarla come un doveroso omaggio alla bellezza del suo testo.


Il brano in background è Pax Deorum di Enya.




Se hai un bel racconto come questo, scrivimi

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The wonderful tale was written by Nadia Balanzoni

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