Lo Specchio di Samarcanda

(Michael Whelan, The Mirror of her dreams - 28.655 bytes

Michael Whelan
The Mirror of Her Dreams


Vi è qualcosa di misterioso negli specchi, qualcosa che sfugge ad ogni logica e che spesso provoca forti ansie in coloro che anche di giorno vivono strani sogni ad occhi aperti.
 

Alice fin da bambina aveva subito il fascino degli specchi, passava ore ed ore davanti all'armadio guardaroba in camera di sua madre, un armadio di gusto decisamente pacchiano con i suoi tre grossi sportelli rivestiti di specchi ed Alice apriva i due laterali a contrasto in modo da formare una vitrea nicchia in cui osservare con un leggero brivido se stessa moltiplicata all'infinito...
Si ridestava da questa ipnotica trance solo quando la madre la strattonava via con voce acida.
«Alice un giorno o l'altro salterà fuori il diavolo dallo specchio e ti trascinerà all'inferno, la vanità è un peccato e contemplarsi con tanta avidità non è una bella cosa!».
Alice annuiva e seguiva la mamma in cucina per aiutarla ed imparare da lei a cucinare e a fare tante cose, ma alla prima occasione, spesso approfittando di una breve assenza, in casa mancava sempre qualcosa e l'alimentari era proprio sotto casa, subito tornava a guardare nello specchio, dileguandosi non appena sentiva la chiave girare nella toppa.

A 12 anni l'insegnante premiò un suo bel tema in classe con un libro, Alice nel Paese delle Meraviglie, forse per scherzare un po' sul suo nome e sulla sua gran fantasia...
Alice rimase conquistata dal libro, lo lesse molte volte immaginando se stessa nei panni dell'Alice di Carroll, poi alcuni anni dopo girando in libreria scoprì il seguito, Attraverso lo specchio, e sentì un brivido serpeggiarle per la schiena, forse gli specchi erano misteriosamente legati a lei proprio per il suo stesso nome.

Crebbe e finalmente maggiorenne iniziò a desiderare una sua propria casa tutta piena di specchi, non rivelò a nessuno il suo sogno ma si ripromise di realizzarlo non appena possibile.
La sua laurea in lettere conseguita a pieni voti le consentì di trovare facilmente un posto di insegnante e il sogno divenne realtà.
La casa non era grande, una piccola cucina, quasi un angolo di cottura più che una cucina vera e propria, si apriva ad un lato del salone soggiorno, di fronte alla porta d'entrata un'altra porta consentiva di accedere alla camera da letto ed al bagno ad essa comunicante.
Tutto qui, non vi erano balconi e non vi erano altri ambienti, ma per Alice era sufficiente, nel salone aveva una comoda poltrona, la tv ed una bella libreria in cui spiccavano su uno scaffale varie edizioni dei libri di Carroll, un po' una sua fissazione da quando anni prima aveva letto il primo, ma soprattutto vi erano specchi ovunque, piccoli, grandi, colorati, di strana ed antica foggia... li cercava nei mercatini delle pulci e persino in importanti negozi di antiquariato e poi li disseminava sui muri della piccola casa.
Quel pomeriggio aveva trovato un meraviglioso specchio d'antiquariato in un negozietto che aveva scoperto in un vicolo poco distante dalla scuola dove insegnava.
Era entrata per curiosare ed il padrone, un decrepito ebreo più interessato ad vecchio libro che ad una possibile cliente, le aveva indicato con un gesto di guardare liberamente se trovava qualcosa di suo gradimento.
Per lo più si trattava di ciarpame di scarso interesse e lei pensò che non valesse la pena attardarsi più di tanto eppure al momento di uscire vide qualcosa nel retrobottega, attraverso la porta socchiusa si intravedeva una branda, un armadio sconnesso, ma soprattutto uno specchio rettangolare con una bella e semplice cornice dorata.
Apparentemente non era antico, la cornice in stile decò non era impreziosita da volute o lavorazioni speciali, ma era semplice e lineare pur nella sua sobria eleganza, lei ne fu attratta e decise di averlo ad ogni costo.
Si avvicinò al vecchio che per tutto il tempo aveva continuato la lettura del libro non curandosi minimamente della sua possibile cliente, questi senza neppure sollevare gli occhi dalle pagine miniate le chiese se vi fosse qualcosa che la interessasse.
«Trovato nulla che le piace?»
«Forse sì - Alice si sentiva un po' impacciata, in effetti lo specchio che desiderava lei era nell'alloggio privato e non nel negozio - ecco... uhm... si tratta di uno specchio»
«Ne ho molti e tutti assai belli e non troppo costosi, quale vuole?»
«Veramente non è nel negozio, è lì...» indicò la porta socchiusa del retrobottega.
Il vecchio ebreo chiuse il libro dopo avervi posto un segnalibro di cuoio, guardò la donna con aria perplessa.
Lei chiese per quanto poteva acquistarlo.
Lui scrollò la testa «Non è in vendita, vede è un cimelio di famiglia, una delle poche cose che mi siano rimaste della bella casa in cui ho abitato da giovane.»
Poi notando l'espressione dispiaciuta di lei aggiunse a voce bassa.
«È molto molto antico ed ha una sua storia.»
Alice immaginò che il negoziante volesse spuntare un buon prezzo raccontando qualche bizzarra storia in merito ma non potè evitare di far notare lo stile moderno della cornice.
«È vero - annuì lui - la cornice risale agli anni 20, infatti è nello stile dell'epoca, quella originale era ormai rosa dai tarli e marcita e mio nonno lo fece reincorniciare a Varsavia dove aveva una bella casa piena di vere opere d'arte, ma lo specchio vero e proprio fu fabbricato non meno di settecento anni fa a Samarcanda, pochi anni prima dell'invasione mongola per un mio avo...»
Lei lo interruppe indicando la tersa superficie priva di chiazze brunastre come quelle degli specchi molto antichi.
«Anche da qui posso vedere le sue perfette condizioni, mi sembra impossibile che sia tanto antico.»
Lui si alzò e le fece cenno di seguirlo dentro il retrobottega, poi una volta di fronte ad esso riprese.
«Gli artigiani di Samarcanda erano molto abili e molti segreti scomparvero con loro quando l'Orda d'Oro sterminò la popolazione, questo specchio resterà inalterato ancora per secoli, o almeno fino a quando non si romperà, nessuno oggi potrebbe realizzare qualcosa di simile».
Lo staccò dal muro e lo girò, dietro non vi era il fondale di legno ma la superficie opposta dello specchio ed era trasparente come una finestra.
«Vede da un lato è un normale specchio dall'altro è trasparente come una finestra.»
«Non è poi una cosa così straordinaria - disse Alice con un sorriso - specchi del genere sono ovunque, anche nelle stazioni di polizia o in certe case dove i clienti vengono filmati a scopo di ricatto...»
«Non lo metto in dubbio eppure questo è davvero una finestra, un mio avo vi vide attraverso qualcosa che lo turbò moltissimo.»
Alice era assolutamente certa che l'ebreo volesse propinarle qualche fola avendo fiutato l'affare e decise di reggergli il gioco.
«Uno specchio magico! E cosa vide il suo avo? Sono davvero curiosa»
Si chinò in avanti e dal golfino d'angora bianco sgusciò fuori un curioso ciondolo che portava al collo retto da una catenina.
Lui fissò il ciondolo con un'espressione strana ed assente.
Lo prese delicatamente con una mano girandolo poi guardò lei e le chiese cosa fosse.
Lei rise «Oh è un regalo dei miei studenti, uno smiling in smalto giallo, vede? da un lato sorride, dall'altro è imbronciato. Prima di entrare in classe lo giro dal lato appropriato ed i miei studenti sanno cosa aspettarsi, se è imbronciato di sicuro darò compito in classe o interrogherò qualcuno, se è allegro mi limiterò a spiegare, è una specie di gioco tra me e loro...»
Poi indicando lo specchio lo incoraggiò a riprendere il filo della narrazione.
«Cosa vide? Forse nulla, forse solo riflessi alla luce delle candele - in realtà Alice era certa che vi fosse dell'altro - quando si sparse la voce dell'arrivo dei mongoli il mio avo con la famiglia fuggirono dalla città con pochi averi e con lo specchio, si rifugiarono a Cracovia da cui fuggirono nuovamente quando i mongoli erano alle porte della città, da lì con un lungo viaggio ripararono a Londra e solo dopo alcuni secoli la mia famiglia tornò in Polonia trasferendosi a Varsavia dove prosperò sino a quando i nazisti cancellarono il ghetto in una livida alba di tanti anni fa...»
Si scoprì il braccio mostrando un numero tatuato quasi illeggibile.
«Avviandomi al campo di concentramento portai con me poche cose tra cui questo ed un paio di vecchi codici miniati altrettanto antichi. Ovviamente mi fu tolto tutto una volta dentro il lager, il feldmaresciallo delle SS che comandava il campo notò i libri antichi e lo specchio e li fece portare nel suo alloggio privato, io fui avviato verso la baracca dove con ogni probabilità avrei trovato la morte, ultimo della mia famiglia.
Di mia moglie e delle due bambine non ho mai più saputo nulla, spero solo che non abbiano sofferto, ancora oggi penso a loro e mi chiedo quale sia stata la loro sorte...»
Alice era commossa, spesso le persone sole portano in se il ricordo di dolori antichi che condizionano tutto il resto della vita.
«Lei riuscì a sopravvivere...»
«Sì, riuscii a sopravvivere, anche se non avevo una ragione per vivere, sapevo che mia moglie e le mie due figlie erano state portate ad Auschwitz e da lì nessuno tornava indietro, forse volevo vendicarmi, forse assurdamente speravo di ritrovare almeno una di loro... non è stato così. Quando si sparse la voce che la guerra era perduta e che presto l'Armata Rossa avrebbe raggiunto il lager i nostri carcerieri cercarono in ogni modo di liquidarci tutti prima di fuggire, ma le diserzioni, le crisi di coscienza ed un po' di fortuna da parte nostra vanificarono i loro sforzi, quando i rossi arrivarono il feldmaresciallo e i pochi SS rimasti opposero una inutile resistenza, poi si arresero. Furono impiccati a ganci da macellaio, una fine orribile certo, ma nessuno di noi provò alcuna pietà per loro.
Alcuni di noi erano veri scheletri viventi, mussulmani ci chiamavano, miseri mucchietti d'ossa incapaci persino di mangiare senza essere imboccati. Io stesso, pur molto giovane e robusto al momento dell'internamento, ero ridotto ad una larva. I rossi ci liberarono, ci dissero di organizzarci per il rimpatrio dei sopravvissuti, giustiziarono le SS e se ne andarono non senza averci prima consigliato di andare ad ovest, dato che a est, ovvero da loro, eravamo altrettanto sgraditi.»
Si diresse verso un piccolo frigobar e ne tirò fuori due birre, offrendone una ad Alice che accettò con un sorriso imbarazzato, poi sedutosi guardò lo specchio ed Alice indicandolo gli chiese come ne fosse tornato in possesso.
«Buona domanda ma facile risposta. Una volta liberi invademmo il villino del feldmaresciallo, eravamo una ventina, i soli con forze sufficienti per fare qualcosa di violento, forse la violenza è sempre un errore ma in quel momento volevamo solo vendicarci. Trovammo nascosta in cantina l'amante polacca del feldmaresciallo, non potevamo dimenticare quante volte era stata a guardare dal balcone del villino sghignazzando quando qualcuno di noi veniva ucciso a bastonate solo perché non aveva più la forza di rialzarsi, quella sgualdrina polacca amava farsi portare di tanto in tanto dal settore femminile una ragazza vergine e poi sfogava su di lei la sua lasciva libidine. Si raccontavano cose terribili su quello che faceva loro ed io tremavo al pensiero che mia moglie Sara e le mie figlie adolescenti Naomi e Miriam potessero aver subito sorte analoga... La trovammo nascosta dietro casse di liquori e vini francesi. La uccidemmo a pugni e a bastonate, io stesso le fracassai il cranio con una spranga di ferro...»
Alice rabbrividii immaginando la scena.
«Non sono fiero di quello che abbiamo fatto, ma sapevamo ciò che lei aveva fatto a fanciulle che avevano l'età delle nostre figlie o sorelle e in quel momento ognuno di noi vendicò su di lei le infamie sicuramente subite da loro... Sono molto vecchio e vivo con il peso dei ricordi, alcuni molto belli ma troppi decisamente dolorosi. Non sono fiero ma non mi sento colpevole, abbiamo fatto giustizia, dando libero sfogo alla rabbia accumulata in anni di umilianti sofferenze, poi saccheggiammo la casa. Entrando nello studio del feldmaresciallo vidi lo specchio che avevo portato con me quando ero entrato nel lager, mentre gli altri si appropriavano di oggetti preziosi e cara signorina posso assicurarle che i cassetti ne rigurgitavano... io mi limitai a riprendere ciò che era mio, gli altri mi lasciarono fare, in fondo mi contentavo di poco, solo un banale specchio ed un vecchio codice miniato, l'altro non riuscii a trovarlo ed in effetti non ebbi il tempo di cercarlo con cura dato che demmo il villino alle fiamme prima di disperderci per andare chissà dove...»
Bevve un sorso di birra riprese.
«Sapevo di avere un lontano cugino in Italia, sapevo che lì le persecuzioni contro di noi erano state molto più blande e forse potevo trovare ospitalità presso di lui a Roma. Un viaggio lungo, quasi interamente a piedi, durante il lungo cammino incontrai pattuglie di alleati che mi donarono viveri e vestiario, in qualche caso anche un po' di denaro e qualche insperato lusso, cioccolata e sigarette. Ero vivo e questo contava ma la mia famiglia era distrutta e questo non potevo dimenticarlo. Raggiunsi Roma alla fine. Strada facendo avevo perso il cupo pallore del lager, anzi ero quasi tornato al mio peso normale. Gli alleati sapevano gli orrori dei campi di concentramento e quando si imbattevano in uno di noi sopravvissuti non lesinavano doni ed aiuti. Raggiunsi Roma ma mio cugino era morto durante la guerra, in ogni caso la sua famiglia, o ciò che ne era rimasto, si prese cura di me, mi ospitarono fintanto che non ritrovai la forza di riprendere a vivere, mi aiutarono ad aprire questo negozio e collaborarono anche a cercare notizie sui miei cari dispersi. Alla fine persi ogni speranza di ritrovare mia moglie e le mie figlie e pur tuttavia continuai a vivere. A volte la sera mi siedo qui davanti lo specchio che in altri tempi ha riflesso immagini felici e penso che da qualche parte dietro quella superficie di vetro sono imprigionati il volto di Sara e delle nostre figlie e forse in certi momenti davvero ho l'impressione di intravederle...»
Alice sentiva che forse la magia degli specchi è proprio in questo conservare in forma spettrale le immagini che vi si sono posate sopra, era attratta dallo specchio ma non aveva il coraggio di insistere e privarne il vecchio proprietario.
Lui prese lo specchio lo guardò con tenerezza poi guardò lei a lungo e con un sorriso incerto e timido.
«Non posso venderlo, per me non ha prezzo, ma posso fargliene dono, sono molto vecchio e non saprei a chi lasciarlo, lo prenda lei, con la speranza che rifletta solo momenti lieti.»
Glielo porse e Alice imbarazzatissima disse che non aveva il coraggio di portaglielo via, le piaceva molto, ne era attratta ma comprendeva che era un legame con i pochi ricordi sereni che restassero al suo proprietario.
Lui scosse la testa «Non vivrò a lungo ed alla mia morte queste cose finiranno chi sa dove, disperse o distrutte, almeno questo sono certo che sarà in buone mani.»
Alice lo accettò e tentò in qualche modo di pagarlo ma alla fine rinunciò quando il vecchio oppose un cortese e fermo rifiuto.
Ora era davanti ad esso, lo aveva appeso nella camera da letto sopra una cassettiera ed era circondato da altri specchi dalle forme bizzarre, era davvero molto bello, la sua cornice decò ben si adattava alla graziosa carta da parati beige istoriata con un motivo di folaghe in volo.
Non riusciva a credere che fosse tanto antico, la superficie era perfetta senza l'ombra di una di quelle brutte macchie tipiche degli specchi antichi, eppure non era una storia narrata al solo scopo di ottenere un prezzo esoso, anzi le era stato donato con una sorta di affetto, nonostante che fosse capitata lì solo per caso.
Comunque antico o no faceva davvero una gran figura e al tempo stesso la attraeva in modo magico ed inspiegabile.

La donna era da poco uscita dal negozio portando con se lo specchio. Il vecchio ebreo scosse la testa, sapeva di aver fatto ciò che doveva esser fatto. Era affezionato a quel cimelio della sua famiglia, lo aveva portato con se durante il lungo interminabile viaggio dal campo di prigionia sino a Roma, non lo avrebbe ceduto per nulla al mondo eppure lo aveva donato ad una sconosciuta entrata per caso nel suo negozietto.
Sapeva che non poteva fare altrimenti perché solo donandolo a quella giovane donna con quel buffo "smiling" - così lo aveva chiamato - l'antica magia poteva aver luogo.
Tirò giù la saracinesca e tornò nel retrobottega, da un lato una chiazza più chiara sulla carta da parati indicava il punto dove per lunghi anni lo specchio aveva atteso l'arrivo di Alice. Ebbe un leggero brivido e si diresse verso l'armadio, lo aprì e frugò a lungo sino a che non trovò il codice miniato che assieme allo specchio aveva portato con se dal lager. La rilegatura all'interno era rotta e si intravedeva una pergamena ingiallita, ripiegata ed inserita in essa. L'aveva scoperta durante il viaggio per Roma, forse la rilegatura si era danneggiata durante il viaggio stesso o forse prima, non ricordava, ma non era questo l'importante, bensì era importante ciò che era scritto sulla pergamena. Ne conosceva il testo, lo aveva letto più volte senza capire, ora capiva e non riusciva a soffocare un brivido nonostante la calda serata di maggio.
Non poteva accettare la cosa con la logica, sfuggiva alla logica, doveva vederla come una magia, una strana magia racchiusa nello specchio dal suo antico fabbricante di Samarcanda. Strana città Samarcanda, i suoi artigiani erano stati in possesso di segreti perduti per sempre quando i mongoli avevano espugnato la città massacrandone gli abitanti. Ma ancor più strane erano le storie che da sempre circolavano sulla magia degli specchi, alcune davano i brividi, altre erano piene di ironia. Di sicuro la storia del suo specchio era di tipo assai diverso, una magia colma di delicata poesia.
Per nulla al mondo si sarebbe privato di esso eppure non aveva esitato a donarlo. Non vi erano alternative, non poteva agire diversamente altrimenti la pergamena non avrebbe avuto alcun senso. Doveva rileggere quello che vi era scritto perché non riusciva ad accettare l'idea che fosse accaduto realmente e solo leggendo poteva dissipare i suoi dubbi.
Con un brivido estrasse il foglio e ne lesse il contenuto. Poi ripiegò la pergamena, la ripose nella rilegatura ed andò a dormire e per la prima volta dopo tanti anni di amarezze e di terribili incubi popolati di selvaggi e sanguinari SS, il suo sonno fu sereno ed un leggero sorriso increspò le labbra rugose.

Alice aveva finito di sistemare lo specchio, lo aveva lucidato, spolverata accuratamente la cornice ed ora era soddisfatta del bel colpo d'occhio che offriva, però l'ora di cena era passata da un pezzo e non aveva voglia di mettersi a preparare qualcosa in cucina, tra l'altro doveva correggere anche un cospicuo pacchetto di temi in classe e si era impegnata con i suoi allievi a portarli per il giorno dopo con valutazioni e voti, quindi telefonò ad un Pronto Pizza e ordinò una pizza con alici, prendeva sempre quella soprattutto per l'ingrediente principale suo omonimo, un paio di supplì ed una lattina coca cola light. Mentre attendeva la consegna dispose il pacchetto di temi sul tavolo, mise in sottofondo un cd di Loreena McKennitt e fece un po' di spazio per la cena in arrivo.
Giusto il tempo di preparare che udì lo squillo del campanello. Sulla soglia di casa un ragazzotto brufoloso con la scatola piatta della pizza, il sacchetto dei supplì e la lattina, lei prese il tutto e pagò il dovuto, poi il ragazzotto fece un gran sorriso e sfoderò una seconda lattina di coca light. «Omaggio per la nostra affezionata cliente» lei ringraziò e gli diede una mancia sicuramente superiore al valore della seconda lattina, ma era di buon umore anche per lo splendido specchio ricevuto in dono e voleva in qualche modo fare un gesto carino. Il ragazzotto ringraziò e si dileguò per passare al cliente successivo.
La correzione dei temi fu un vero calvario, venticinque componimenti, uno più noioso dell'altro, ricchi di strafalcioni, errori grammaticali, discorsi senza capo e ne coda, i fuori tema si sprecavano... era avvilente vedere una mancanza di fantasia così assoluta, ma del resto la generazione del nintendo aveva ben poco da dire ed assai meno da comunicare, caso mai sapevano tutto sull'ultima patch per il tal programma ma se dovevano fare un'analisi estetica di un brano di Coleridge o di Yeats era il nulla assoluto, le ragazze erano anche peggio, espertissime in moda, piercing o duran-duran (o chi per loro) non riuscivano ad scrivere una frase di senso compiuto senza schiaffarci qualche volgarità. A volte Alice era quasi tentata di dare come tema in classe qualcosa tipo Descrivi il rapporto sessuale che ti ha soddisfatto di più o La tua posizione preferita... ne era certa che avrebbe davvero ottenuto vivide descrizioni, accurate e particolareggiate, che avrebbero sicuramente messo in ginocchio classici del genere, di sicuro avrebbe ottenuto un tema davvero sentito e vissuto invece di quelle squallide patetiche dissezioni di capolavori come Kublai Khan o come le stupende Ad una bambina che danza nel vento e La canzone di Aengus il vagabondo. Aveva provato a sottoporre loro il crudo realismo di Esenin, i dolci e rassegnati lamenti dei morti di Spoon River... tutto inutile, la mancanza di idee era sconfortante e la cosa peggiore era quando si trattava di sceglierne qualcuno per dar la sufficienza, non era severa, semmai delusa, sperava di trovare qualcuno da premiare con un bel libro, come era stata un tempo premiata lei dalla sua insegnante. Con una buffa risatina si chiese cosa avrebbe suscitato se invece di un bel libro di autore classico avesse messo in palio l'abbonamento per un anno ad un web porno o ad una rivista x-rated, di sicuro si sarebbero spaccati in quattro per vincere, ma non aveva il coraggio di provarci, anche se si divertiva ad immaginare le reazioni della sua classe...
In fondo gli erano simpatici, aveva accettato divertita lo smiling e scrupolosamente lo girava come concordato prima di entrare in classe, l'avviliva solo la mancanza di fantasia, di entusiasmo per la vera bellezza, lei si arrabattava con il suo pentium, utilissimo per la sua attività didattica, loro invece con la massima semplicità manipolavano ed usavano programmi mai visti ottenendo risultati da far rizzare i capelli, come quella stampa che aveva sequestrato in classe in cui il suo volto era stato messo al posto di quello di una nota pornostar... forse pure quella era creatività e fantasia ma era così maledettamente imbarazzante...
Di sicuro aveva sbagliato epoca, doveva nascere in altri tempi ed altri luoghi, dove esistevano ancora persone che subivano il fascino di un tramonto, di una bella poesia e perché no? anche della magia racchiusa in uno specchio antico.
Bene o male portò a termine la correzione, mise i temi nella sua borsa, buttò il cartone della pizza e le lattine vuote, mise un po' in ordine e riportò nel database sul computer i voti e le valutazioni, diede uno sguardo alle medie e interrogò il programma su quali dei suoi allievi necessitassero di un'interrogazione per rialzare la media, appuntò i nomi su un taccuino e diede l'exit dal programma, utile indubbiamente, le risparmiava un bel po' di fatica ed era una creazione di un suo ex allievo di un paio di anni prima, peccato che tanta abilità fosse in fondo sprecata per cose tecniche e non per qualcosa di più artistico o letterario... la generazione del nintendo, espertissimi in Delphi, Visual Basic... ma così carenti in cose assai più importanti.
Si collegò in internet e scaricò la posta, pubblicità anche lì! comunque c'erano anche due belle lettere di ex allievi con cui era rimasta in amicizia, uno di loro anzi le aveva installato i programmi per usare internet e le aveva pazientemente spiegato come usarli. Fece un rapido giro in web e scovò un bellissimo sito tedesco ricco di testi classici, ne inserì la url nei preferiti ripromettendosi di esplorarlo a fondo, poi chiuse la connessione, spense modem e computer e si preparò per andare a letto.
Aveva una trentina d'anni ormai ma la solitudine non le pesava, l'ideale sarebbe stato trovare una persona che condividesse i suoi interessi e - ridacchiò - anche la fissazione per gli specchi, ma sapeva bene che sarebbe stato più facile svuotare l'oceano con un cucchiaino piuttosto che trovare una persona simile.
Entrò in camera da letto e si avvicinò allo specchio di Samarcanda, come istintivamente lo aveva ribattezzato, lo contemplò a lungo carezzandone la superficie perfetta e priva di macchie o aloni.
Sussurrò la sua incredulità più a se stessa che a qualcun altro.
«Non posso credere che sia tanto antico, è troppo... perfetto! Sì perfetto è la parola giusta.»
Poi si ricordò del retro trasparente come una finestra e staccò lo specchio dal muro e lo riappese al contrario. Attraverso il cristallo si intravedeva appena il decoro di folaghe della carta da parati, anzi le sembrava di intravedere qualcos'altro, appena percettibile, la luce del lampadario rendeva impossibile capire di che si trattasse, così accese le due appliques ai lati del letto e spense il lampadario centrale, ora la luce era più discreta e vellutata e, sì... vi era davvero qualcosa nell'immagine dello specchio e non era la stanza che si rifletteva in esso, bensì un paesaggio, un castello innevato, uomini a cavallo, un cielo cupo ed invernale. Si accostò allo specchio sino a poggiare le mani ed il viso ad esso per veder meglio, di sicuro lei non si rifletteva nello specchio ed in qualche modo capì che lo specchio era divenuto una finestra su un lontano passato e che lei si era affacciata a questa finestra per guardare al di là di essa.
Improvvisamente fece un salto indietro lanciando un grido strozzato, dall'altra parte era comparsa la figura di un giovane vestito con un farsetto verde bruno, come se stesse prendendo lo specchio per spostarlo o caricarlo chissà dove, anche lui fece un salto all'indietro, guardando nello specchio, poi si avvicinò con un leggero timore ma anche con uno sguardo carico di curiosità.
Alice comprese in un lampo che allo stesso modo lui stava vedendo lei.
Soffocando il timore si accostò allo specchio e guardò negli occhi lo sconosciuto, accostandosi allo specchio il ciondolo con lo smiling urtò al vetro ed il giovane dall'altra parte abbassò gli occhi cercando la fonte del lieve rumore guardando con curiosità l'oggetto per poi tornare a guardare Alice.
Si guardarono a lungo e presto il timore svanì in entrambi, lei vedeva che lui muoveva le labbra, di sicuro le stava parlando, ma non sentiva alcun rumore ed a sua volta lei gli parlò pur sapendo che lui non poteva udirla.
Non sapeva chi fosse, ma aveva uno sguardo fiero, intelligente e sicuramente anche lui aveva inseguito sogni ad occhi aperti, per questo non si sgomentava per quell'improvvisa ed inattesa magia, di sicuro era un uomo del medioevo, la foggia degli abiti era inequivocabile e per un uomo di quell'epoca il fantastico faceva parte della realtà di ogni giorno e tutto veniva filtrato ed interpretato in questa ottica.
Dopo il primo stupore infatti lui aveva accettato la cosa come naturale e le parlava come se lei fosse stata presente.
Fu un discorso lungo e silenzioso, nessuno dei due poteva udire l'altro eppure in qualche modo si comprendevano, nonostante l'abisso dei secoli, poi ad un tratto lui si girò da un lato come per rispondere ad una persona fuori dalla visuale, e quando guardò di nuovo lei aveva lo sguardo rattristato come chi si deve congedare mentre vorrebbe trattenersi per tanto tanto tempo ancora, poggiò la sua mano sulla superficie vitrea come per carezzarle il viso e lei poggiò la sua sullo specchio come per intercettare quella carezza, la superficie non era fredda e liscia, ma calda come se effettivamente stesse sfiorando le dita di una mano, una sensazione strana e dolcissima, anche lui l'avvertì e sorrise. Di nuovo si girò come per rispondere ad un lontano interlocutore e quando si volse di nuovo verso di lei lo sguardo era triste ed anche un po' rassegnato.
A poco a poco la scena perse consistenza, sbiadì ed affiorarono le folaghe della carta da parati.
Alice aspettò ancora a lungo ma l'immagine non tornò nello specchio, alla fine con un po' di amarezza lo riappese per il diritto ed andò a dormire pensando allo sconosciuto di tanti secoli prima e per la prima volta dopo lunghi anni di solitudine, il suo sonno fu sereno ed un leggero sorriso increspò le sue labbra...

Stephan era ancora turbato e perplesso per la visione, lei era bella come un sogno e per un istante gli era persino sembrato di sfiorarle le dita invece del freddo specchio, poi richiamato all'ordine dal padre si affrettò a riporlo assieme ad altre masserizie sul carro con cui dovevano raggiungere posti più sicuri.
Una nuova fuga, sempre inseguiti dall'Orda d'Oro dei Mongoli, si erano salvati per un vero miracolo a Samarcanda e le notizie portate dai pochi superstiti mettevano i brividi, l'intera popolazione massacrata, la splendida città dove era nato saccheggiata e data alle fiamme, le atrocità infami, gli stupri e le tremende torture erano validi motivi per non perder tempo e fuggire anche da Cracovia ora che la temuta minaccia si era fatta reale.
Eppure per un breve periodo i mongoli, Samarcanda e la necessità di fuggire senza perder tempo erano passati in second'ordine, lei era così bella!...
Le aveva parlato ma dubitava che lei lo avesse capito, del resto anche lei parlava eppure lui non aveva sentito alcun suono, ripensò a quella scena straordinaria, le candele ai lati del letto, con la fiamma immobile e luminosissima, per tutto il tempo che erano stati a guardarsi e parlare non si erano accorciate minimamente e per quanto avesse osservato bene con la sua vista acutissima non vi era traccia di cera sui mobili sottostanti, e poi quello strano gioiello che lei portava al collo, giallo con un gran sorriso e grandi occhi e al momento di congedarsi il gioiello era triste e la curva della bocca era piegata verso il basso. Strana magia! Il gioiello rifletteva l'umore della padrona e sorrideva e si rattristava come lei che lo portava indosso.
A Samarcanda vi era un maestro dei Sogni, se quello che aveva appena vissuto era stato un sogno di sicuro l'anziano studioso sarebbe stato in grado di svelarne il significato ed anche di tracciare l'oroscopo, ma Samarcanda era un ricordo e di certo l'anziano maestro dei Sogni era perito durante lo sterminio della popolazione.
Pur tuttavia di certo prima o poi avrebbe incontrato un altro saggio ed avrebbe potuto chiedere a lui il significato della visione, doveva solo appuntare con cura l'esperienza vissuta e soprattutto l'enigmatico gioiello che rifletteva l'umore della padrona, di sicuro la chiave del mistero era in quell'oggetto che lei portava al collo con tanta noncuranza.
Approfittò di una lunga sosta in una locanda della costa bretone, suo padre stava cercando un imbarco per l'Inghilterra e lui ebbe tutto il tempo per procurarsi una pergamena e descrivere minuziosamente la visione, il misterioso gioiello e la bellissima donna apparsa nello specchio, poi sentendosi un po' sciocco e superstizioso decise di nascondere la pergamena dove il padre non poteva trovarla, riproponendosi di portarla con se una volta trovato un esperto nell'interpretazione dei sogni.
Già... nasconderla... e dove? Forse il posto più sicuro era il bel libro miniato del nonno, aveva notato che nell'imbottitura della copertina vi era un squarcio all'interno e che di sicuro poteva inserirvi la pergamena ben piegata in modo da non far volume, la inserì pigiandola bene in fondo poi prese un po' di resina ne spalmò la parte interna della fessura e la sigillò con cura ora il segreto della sua visione era al sicuro fino al momento che qualcuno non la interpretasse per lui.
Guardò il carro con le masserizie e con lo sguardo trovò lo specchio incantato, riguardo ad esso avrebbe tramandato ai suoi discendenti di non venderlo mai, di portarlo sempre con se, di averne gran cura poiché vi era una grande magia dentro di esso che forse un giorno si sarebbe ridestata nuovamente.
Guardò le stelle in cielo e pensò che forse un domani, molto lontano nel tempo, quella bella sconosciuta ne sarebbe stata la proprietaria, lei che attraverso esso gli aveva parlato e gli aveva sfiorato le dita, sorrise al ricordo e si addormentò quietamente per la prima volta dopo tanti terribili incubi popolati di selvaggi e sanguinari mongoli, il suo sonno fu sereno ed un leggero sorriso increspò le sue labbra.

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Dopo Jocelyn questo è il primo racconto scritto dopo una lunga inattivitā, scritto a Rieti tra il 20 e 21 giugno 2000 č il primo di una decina di racconti scritti in meno di due settimana.
Ispirato dalla bella immagine di Whelan nasce quasi per caso, la notte prima mi ritorna alla mente questa immagine, non ricordo l'autore ma so di averla, rintracciarla non č cosa facile in mezzo alle oltre 20.000 della mia collezione eppure ci riesco ed a sera l'immagine č davanti a me, la fisso a lungo e poi inizio a scrivere, appena una decina di righe, poi vado a dormire, non so cosa scriverò e che trama avrà il racconto eppure il giorno dopo nel giro di poche ore è al termine e la trama č simmetrica come struttura ma ricca di avvenimenti. Da quel momento nascono altri otto racconti, prima che abbia inizio un nuovo periodo di inattività. Credo sia un buon racconto e spero piaccia a chi lo legge.


Se il mio racconto ti è piaciuto e mi vuoi dire cosa ne pensi puoi sempre raggiungermi con e-mail o dirmelo nel guestbook... anche se non rispondo subito, basta aver pazienza, leggo ogni giorno la corrispondenza e prima o poi rispondo...
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Il brano in background è Alice di Francesco De Gregori.


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