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Boris Vallejo, Celis - 33.441 bytes

Boris Vallejo
Celis

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Orme sulle Sabbie del Tempo
(pubblicato su Sf..ere n. 7, Roma, giugno 1979)

Dove sono più i grandi rettili, che amavo scrutare celato tra le felci equisetine, quando frustavano la terra, agonizzanti dopo feroci lotte, con le pesanti code corazzate, con il ventre squarciato e l'occhio che piano piano si offuscava del velo della notte senza fine...
Dove sono più, in quale perduta stagione sono rimasti prigionieri, gli albatross, dalle ali bianche come neve sopra i monti, che lanciavano le loro grida simili a singhiozzi strozzati in un cielo sconvolto da tempeste turbinose e da venti mugghianti come un coro di anime dannate...
Dov'è, infine, quella coppia sparuta che cercava ancora una carezza di tepore in un abbraccio convulso come un pianto disperato, mentre fuori della grotta fumosa infuriavano le raffiche rabbiose di quella neve grigia ed oleosa che brucia la pelle col calore di mille soli...
Il sole rosso e gonfio, che non scalda più neanche i ricordi, cala a poco a poco dietro le dune ad occidente e, nel cielo troppo buio, s'accendono con un sospiro una manciata di stelle smarrite che, con luce fioca, donano alle dune di polvere rossiccia l'illusione di un brillio di lacrime perdute.
Il vento s'alza lieve tra le dune all'ora del tramonto, poi prende forza, ed impalpabile la polvere si leva e volteggia senza fine su nel cielo...

«Ricorda...» Sussurra il vento sospirando...

«Ricorda...» Bisbigliano i granelli di polvere che vorticando mi trapassano il corpo fatto di arabeschi di brina e di tramonti.

«Ricorda...»

In ogni grano di polvere, un volto, un nome, una pianta, una città: smarriti in oceani di silenzio.

«Ricorda...»

Città dai nomi fatati e strani: Celephais, Niurk, Roum, Lonndo, Daitroot...
Polvere...
Uomini, condottieri, scienziati, poeti...
Polvere... solo polvere!
Opere d'arte, sculture ed i frutti fantasmagorici di ingegni che respirarono mondi di sogno.

SOLO POLVERE!

Allora guardo le dune che s'infiammano del colore sanguigno di questo tramonto senza fine e mi lascio portare nei gorghi dei ricordi...
Rivedo questo mondo com'era un tempo, giovane e vibrante di quella forza primordiale che lo aveva creato...

Forre e crepacci spettrali nei cui abissi
scintillano i selvaggi torrenti di magma;
vulcani numerosi come canne d'organo
lanciano verso cieli di malva e zafferano
selvagge sinfonie blasfeme...
Tempeste e diluvi senza fine
sferzano la terra ancora ribollente
di vapori sulfurei e magma rovente;
dove il fragore esplosivo di mille e mille tuoni
si riversa sulla terra scossa da tremiti convulsi,
in un miraggio di un lontano Armageddon.
Il mare scuro come pece
urla lanciandosi sulle taglienti rocce
e ribolle sotto la sferza incessante della pioggia
che viene giù dalle nubi scure e dense.
Ed in alto, tra le nubi, appena s'intravede
l'occhio d'oro del sole che già sorge.
Allora salgo sul sommo di un alto monte aguzzo
ed unisco la mia voce
al canto primordiale della terra.

Anni senza fine passarono. I torrenti di magma divennero acqua cristallina che cantava tra le rupi muschiose una canzone di sempiterne primavere. I vulcani, in parte, si trasformarono in laghi ed il cielo azzurro riempì gli orizzonti liberi dalle nubi scure e spesse di un tempo.
Piante d'ogni tipo e varietà spuntavano dalla terra; pesci corazzati scivolavano sotto le onde trasparenti del mare e bizzarri insetti dalle ali grandi e crocchianti volavano nell'aria e sui primi fiori dai fantastici colori e dai profumi pungenti ed arcani...
Questo era il mio mondo. E quando il sole sorgeva in un tripudio d'oro, io saltellando d'estasi tra le piante in fiore, giocavo a nascondino con le dolci ombre dell'alba ed ascoltavo il vento zufolare tra le piante degli stagni muschiosi, dove si levava, come un profumato respiro della terra, la fresca nebbia del mattino.
Allora questa terra veramente mia, un mondo giovane e selvaggio. Dalle montagne aguzze ai mari spumeggianti era tutto un tripudio festoso di colori e, se anche le piogge torrenziali ancora imperversavano sulla terra, subito si levava un odore nuovo, dolce e selvaggio al tempo stesso, e, cessata la pioggia, ponti fatati di arcobaleni si slanciavano da un orizzonte all'altro portando in tutto il cielo i colori del sogno e della fantasia.
Ma le ere irridenti consegnarono le verdi colline della terra ai grandi rettili ed ovunque, nelle pianure e negli stagni ombrosi, fu solo l'urlo purpureo delle loro lotte disperate o lo stridio lancinante dei piccoli schiantati da un torpido brontosauro. Fu una lunga, intensa e fantastica primavera, in cui le forze primordiali si rivestivano di carne e di sangue.
Ma fu proprio allora che compresi che quel verde mondo non sarebbe più stato solo mio, ma che altri, forse troppi, l'avrebbero sfruttato e devastato per poi scomparire come larve di un remoto passato lasciando solo l'ombra di un ricordo...

Giace con la schiena stroncata.
Giace: e già dal morbido ventre
spuntano fiori purpurei.
Mugola: e con le piccole zampe ad artiglio
cerca il cielo troppo distante.
La belva cornuta è scomparsa giù nella valle
ed il sole già cala dietro ai monti lontani
tingendo il cielo e le nubi di sangue.
Gira la testa pesante, sempre più pesante,
cercando la luce con gli occhi gonfi di nebbia:
ma la notte già sboccia dentro di lui
e con dita di neve gli spegne il respiro.
ll suo sangue ora cerca cantando mille strade tra i rovi,
zampillando dalle viscere viola come gli occhi dell'alba,
finchè tace raccolto sulle rocce spaccate dal sole,
mentre una notte priva di stelle
si fa strada negli occhi spessi del mostro...

Passarono gli anni come grani di un rosario senza fine, scomparvero i rettili ed apparve una piccola figura sparuta: l'uomo.
Pensai: non vivrà a lungo, è troppo debole.
Per la prima volta ho sbagliato, perchè egli era l'erede di tutto un mondo.
C'era una volta un grande continente tondo, coperto di foreste e di magnifiche montagne: verso uno dei margini, vi era un monte - Hateg Kla - e sotto quel monte, egli costruì una città Ulthars, dalle mille guglie e minareti scintillanti al sole.
Poco distante, vi era un porto sempre immerso in una nebbia di porpora e di opale: Celephais...

Scintillano le tue mille guglie
sotto il cielo australe, Ulthars,
e le stelle, sparse pazzamente nel creato,
danzano come fuochi ancestrali
nei riflessi di giada ed ametista
e nelle strade di opale intarsiate di marmi e granati.
Ulthars non riposa mai
nemmeno quando la notte sboccia
nel velluto nero del suo cielo immenso.
Quando il sole cala dietro ai monti,
accendendo di turchese il tempio dell'Antica Razza,
le strade si riempiono dei mercanti di piacere
e strane porte, incrostate d'iscrizioni rilevate,
si schiudono nei viottoli stretti e polverosi.
Ulthars, dove i desideri proibiti sussurrati nel buio della notte,
diventano torbida realtà ai primi fuochi delle stelle.
Ulthars, dove il puro merletto dei minareti
intarsiati di zaffiri e rubini scintillanti,
nasconde i più folli e blasfemi culti depravati,
dove in cupe sale sotto terra,
tra i fumi degli incensi d'oltremare
e delle noci drogate delle terre di Zoog,
inquiete larve di un'umanità dimenticata
consumano sè stesse nei sogni brucianti
di un tramonto senza fine,
inseguendo il miraggio dell'aurora.
Poco distante, Celephais riposa
abbandonata, molle presso il mare immenso.
Le onde la cullano con un morbido sciacquio,
e, al primo sorgere dell'alba,
le purpuree nebbie del mattino
vibrano cristalline all'abbraccio tiepido del sole.
Un suono d'arpe eolie e d'eburnei flauti
si desta dalle nebbie profumate di spezie
e di altre primavere...
È l'alba, Celephais si desta,
e dalle lunghe navi nere,
cariche di velluti e di damaschi scintillanti,
sbarcano mercanti incappucciati
carichi di monili e vesti ricamate,
di idoli di giada e maschere d'avorio.
Di tutto ciò con cui i sogni incantatori
riempiono gli occhi grigi e vellutati
delle tenere fanciulle dalle braccia bianche come neve.
Attirano a bordo con un bracciale a foggia di serpente,
con un diadema di agate e corniole,
con un pendente di purissimo rubino
e poi ripartono incuranti dei singhiozzi
e del grido disperato delle madri,
verso paesi strani e tenebrosi
dove ancora vagano in silenzio
i resti d'altre razze troppo antiche.

Nulla resiste al tempo e ghiacciai sterminati coprirono quella terra strana e perversa. Il gelo, col suo abbraccio di morte, permeò i mosaici e le sale di bronzo ed avorio scolpito, seppellì le alte guglie incrostate di pietre dure e cancellò anche il ricordo del suo nome. Gli uomini dimenticarono i suoi torbidi splendori e chiamarono Kadath, Xanadu, Lemuria e in tanti altri modi il ricordo ancestrale che si faceva a volte strada nei sogni confusi del mattino.
Dimenticarono quell'immenso continente, e dopo un immane trascorrere di secoli, lo scoprirono di nuovo, lo chiamarono Antartide ed Erebus il monte dei sogni dimenticati, e vi fu chi vide nel suo cielo il riflesso di una città, dalle infinite guglie di tutti i colori, balenare nel freddo cielo australe.
Fantasie - dissero -, sogni... Visioni! Ma quelle guglie risorgevano da un passato così antico che non era nemmeno più leggenda, ma solo vago sentore di un qualcosa, di un mondo che era stato scordato ma che non aveva dimenticato l'uomo, e, di quando in quando risorgeva come Fata Morgana, per gli occhi di coloro che vibrano solo dei sogni fatati dell'aurora, e che, ad ogni passo, scoprono dentro sè stagioni sepolte dall'oblio di anni senza fine... Allora, solo per essi, il cielo si accendeva di quei magici bagliori; solo per essi, le nebbie di Celephais cantavano ancora con le note di una giovinezza perduta nei gorghi di un passato senza nome; solo per essi, Ulthars dalle sterminate guglie sorrideva ammiccante con la promessa di ignoti piaceri e di esotiche mollezze.
Ma il sogno più dolce non si divide con gli altri, e quella terra gelosa del suo segreto passato, giacque sognante, custodendolo come una tenera fanciulla d'altri tempi custodiva la sua verginità. Se le ere hanno reso polvere i marmi intarsiati, le guglie dorate ed i torbidi sogni della città insonne, sotto i ghiacci australi e nelle aurore piene di strane luci, danzano ancora i sospiri di notti dimenticate e le grida gioiose e disperate dei suoi abitanti scomparsi...

Polvere!...
Solo polvere!...

Le grandi città di metallo e vetro, dove milioni di veicoli rombavano come api impazzite: dove sono più, ora?

Polvere!...
Solo polvere!...

E le fragorose astronavi che portavano il seme dell'uomo verso stelle lontane ed altre galassie sparse come isole sognanti nel silenzio del cosmo, non solcano più questi cieli in cui solo il rumore del vento si leva tra le dune senza nome...

Polvere!...
Nient'altro che oceani di polvere!...

Illustrazione di Alessandro Bani - 29.968 bytes
Illustrazione di Alessandro Bani per il mio racconto
(da Sf.. ere n. 7 del giugno 1979)

Ricordo quando funghi di fuoco sbocciavano su tutta la terra e la gente bruciava come cera molle, e l'aria ardeva i polmoni con fiori di fiamma. Pareva non dovesse finire mai; invece finì e mi ritrovai solo per la prima volta dopo infinito tempo, in un mondo di rovine roventi e di ceneri radioattive. Allora levai lo sguardo al cielo dove si mescolavano strani colori inconsueti: il verde delle scomparse colline, il color zafferano dei capelli delle fanciulle che ormai ridevano e cantavano solo nel mio ricordo ed il rosso purpureo del sangue di un'umanità inquieta e senza pace... Allora invocai la pioggia affinchè lavasse questo mondo bruciato e quel cielo dagli assurdi colori, affinchè, tutto col suo suono regolare e musicale, mi cullasse; mentre io mi abbandonavo al ricordo...

Dolce cadrà la pioggia
su questo mondo vuoto.
Dolce cadrà
sulle bruciate valli,
sugli erti monti bianchi,
sugli spenti mari...
Dolce cadrà la pioggia
sulle rovine delle città,
sulle case vuote,
sui templi di dei
sordi e dimenticati.
Dolce cadrà la pioggia
sui deserti di ceneri atomiche,
sui dirupi dove luccicano
ancora le carcasse metalliche
delle auto dei profughi.
Dolce cadrà la pioggia
sugli scheletri degli ultimi uomini,
sulle tombe baciate dalla luce di una luna rossa.
Dolce cadrà la pioggia,
forando le nubi dense di vapori atomici
e di mortali germi artificiali.
Dolce cadrà,
mentre mesto si leverà il richiamo del vento
alle anime del passato...
Gli ultimi alberi scarni sospireranno,
orfani del canto degli uccelli,
intorno ad una casa vuota,
bruciata dalla furia atomica,
mentre, su una parete bianca,
ombre umane, immagini di un passato
vicino eppur tanto lontano,
resteranno lì in eterno prive di corpo.
Dolce cadrà la pioggia
su questo mondo vuoto.
Dolce cadrà
sulle bruciate valli,
sugli erti monti bianchi
sugli spenti mari.
Dolce cadrà la pioggia...

Passarono i millenni ed il tempo cancellò ogni traccia delle rovine spezzate e dei resti del passato. L'uomo che tornò dalle stelle non serbava il ricordo di questo mondo e lo seminò, come si fa con un mondo sterile.
Bizzarri fiori mai visti spuntarono dalle zolle nuovamente fertili, e sconosciuti animali dallo sguardo mansueto si aggirarono per i giardini regolari, dove siepi azzurre ed arancioni modellavano disegni geometrici e parole in alfabeti dimenticati.
Ma era un uomo diverso quello che tornò dalle stelle: era un uomo al tramonto, pur nella sua infinita saggezza, un uomo senza più stimoli di nessun genere, freddo come l'inverno, perfetto nel suo aspetto e colto oltre ogni limite, ma privo di quello spirito di avventura che lo aveva portato alle stelle.
L'uomo che tornò su questa terra - per uno strano scherzo del destino, tornò senza saperlo proprio nel posto da cui era partito infiniti secoli prima, ne era partito quando questo mondo attraversava la sua fantastica estate e vi era ritornato nel suo autunno. L'aveva curato delle sue ferite e della sua sterilità, senza mai sospettare chi fosse il colpevole di ciò e di un mondo morto anzi tempo, ne aveva fatto un giardino ovattato dove trascorrere l'ultima lentissima decadenza. Forse fu questo l'unico periodo in cui sentii questa terra veramente amata e spiai con stupore sempre più grande piccole città di cristallo iridescente crescere sulle antiche terre. Vidi diventare prima ruggine e poi polvere le vecchie astronavi abbandonate, ma soprattutto, vidi scolpire statue con suoni più dolci di un canto d'amore, vidi dipingere quadri con gli arcobaleni del rimpianto e con i colori del tramonto. Vidi arrivare, da ogni parte del cielo, sempre nuove astronavi, da cui sbarcavano uomini ed ancora uomini, in cerca dell'autunno e, ogni volta le astronavi abbandonate a sè stesse cadevano in rovina negli ampi spazioporti...
Era strano vedere quella razza che aveva sognato le stelle con tanto desiderio, tornare da esse su un piccolo mondo trasformato in giardino, per assaporare il tramonto e vivere circondandosi di tutto ciò che di bello poteva ancora essere creato. Sorsero come diademi città dalle torri delicate come sospiri, giardini cosparsi di statue e mosaici dai colori più tenui dei sogni rarefatti.
Strumenti dai suoni dolci e malinconici vibravano sulle verdi colline della terra, destando i ricordi della passata estate.
Ombre morbide come fumo scivolavano silenziosamente sulle strade di seta, attraverso gli infiniti ghirigori che i giochi d'acqua cristallina creavano nei viali delle città.
Ma col passare degli anni le città si spopolavano e, finalmente, tutti i rimasti si ritirarono nell'ultima città della terra: Exiria, la città dell'aurora: così fu chiamata, ma in realtà non fu altro che la città del definitivo tramonto.
Una città superba dove i sogni prendevano sostanza e dove sembrava rivivere la maestà e la magnificenza di tutte le grandi città del passato. Lì era lo spirito di Celephais, di Ulthars, Babilonia, Ebla, Roum, Niurk, Lonndo, Perris e tutte le altre, che sembravano sovrapporsi, danzare e vibrare in essa...
Una città dove le strade erano gli arcobaleni e le torri erano i raggi stessi delle stelle; dove nemmeno i colori sembravano esistere più, immersi in una atmosfera tenue di fresca rugiada...
Le città giardino andavano in rovina, e le torri di cristallo crollavano con il tintinnare dolce del cristallo frantumato ed il deserto le reclamava a sè... Ma Exiria - no! La sua luce d'opale si spandeva fin su nel cielo attraverso le torri alte chilometri e viveva e respirava con la dolcezza di una giovane sposa dormiente.
Le stelle si spegnevano a poco a poco nel cielo con il lento trascorrere dei millenni. Le città giardino divennero polvere, ed alla fine si spense anche il cuore di Exiria, in cui, ricordo e null'altro, era diventato l'uomo. La città sopravvisse a lungo alla scomparsa, forse troppo. Poi si spense come se avesse capito la sua stessa inutilità.
L'uomo era sparito per sempre, non con guerre o con un esodo massiccio, ma in silenzio. Come nel silenzio muore ed appassisce un fiore, così si era ritirato a poco a poco, abbandonando sempre più al deserto quel mondo che un tempo aveva avuto.
Era morto, o meglio, era svanito, come svanisce il ricordo del sogno al risveglio, lasciando solo l'impronta d'un senso vago ed incerto di malinconia.
Si era immerso nell'oblio, guardando le stelle morire ad una ad una, guardando la terra diventare polvere, guardando il sole che diventava sempre più freddo...
Era svanito, come svaniva l'effimera al primo soffio dell'inverno: era svanito... e niente più.
Exiria durò per millenni ancora, ma era fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni dell'alba e, venne il giorno in cui scomparve anch'essa, con le sue torri del colore delle stelle, con le sue strade del colore dell'aurora...

Polvere!
Polvere... soltanto polvere!

Ora questo vecchio mondo è nuovamente mio. Deserto come nei tempi perduti della mia giovinezza, ma le rocce aguzze di un tempo, sono sostituite da dune formate dalla polvere di un passato sterminato, dove ogni granello ha una sua storia, e dove forse ognuno di essi è tutto ciò che resta di un'orgogliosa città o di un cargo astrale...
Dove sono più le statue fatte d'aria e di rimpianti, i mosaici dai colori delicati, le torri di cristallo e gli infiniti ricordi del passato?

In questa polvere che turbina nell'aria!
In queste dune leggere come trine!...
In queste sabbie colore del tramonto!...

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Illustrazione di Alessandro Bani per il mio racconto
(da Sf.. ere n. 7 del giugno 1979)

Allora, ancora una volta, come in un tempo assai lontano, al sopraggiungere del tramonto, riscopro un gioco antico e malinconico che in fondo non ho mai dimenticato e, obliando le stelle sempre più rare su nel cielo, scordando questo sole rosso e freddo che tinge le dune di un brillio ramato, mi ritrovo a giocare a nascondino con tutti i fantasmi del passato, stampando orme sulle sabbie del tempo.

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Questo fu il mio primo racconto! Lo scrissi per farlo partecipare ad un premio di narrativa fantastica indetto dalla rivista Robot. Non vinsi e il mio racconto non fu nemmeno segnalato, ero quindi deciso a non scriverne altri, pur tuttavia lo feci leggere ai responsabili di una nota fanzine romana dell'epoca, Sf...ere, a loro piacque e oltre a pubblicarlo fecero anche realizzare due illustrazioni da Alessandro Bani di Novara espressamente per il racconto...
Negli anni successivi Alessandro Bani ha realizzato molte illustrazioni per conto della casa editrice Fanucci, pur tuttavia le illustrazioni che realizzò per questo brano sono per me particolarmente preziose perchè a tutt'oggi sono le uniche mai realizzate per i miei testi.
A distanza di tempo mi rendo conto che non era eccezionale, l'idea di base era buona ma il taglio epico appesantito da brani vagamente poetici forse fu il motivo del suo insuccesso nel Premio Robot; successivamente scrissi un seguito per chiarire meglio chi fosse l'io narrante, il seguito Joks di Exiria l'ho rintracciato recentemente nei manoscritti di vent'anni fa ed ora è presente su questo stesso web.

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