Qui nella fossa

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Boris Vallejo
Mercenary


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Domani ci porteranno via di qui, ce l'hanno detto, e noi siamo felici! È tanto tempo ormai che viviamo ammucchiati qui in fondo e sono stanco di dormire con le orecchie piene del gorgoglio asmatico dei vecchi e dei grugniti soffocati di voci nasali, sono stanco di questo tanfo di sudore polveroso, dei gemiti dei neonati ossuti e delle donne sdentate. Ogni giorno ci si dice sarà l'ultimo ed aspettiamo masticando un pezzo di carne così dura che pare suola. Poi un vecchio con la bocca sdentata cade con la faccia nel fango, tenta di risollevarsi, con un filo di bava che gli esce dalla bocca per lo sforzo, finchè ricade gorgogliando e resta lì. E noi restiamo, incapaci di muoverci per la debolezza, ad aspettare l'inevitabile tanfo di morte...

Eppure per me poteva essere molto diverso se avessi accettato di strisciare ai piedi del vincitore, se avessi accettato di barattare la mia dignità di uomo per una condizione di prigioniero di lusso. Ma a tutto c'è un limite ed io preferisco morire insieme agli altri a testa alta, invece di dover chinare vergognoso lo sguardo osservando gli altri, che pure generosamente giustificavano e perdonavano la mia vigliaccheria.
Caddi prigioniero durante il nostro sfortunato tentativo di sbarco in Normandia, quando ancora ci si illudeva di poter capovolgere le sorti del conflitto. Venni inviato qui insieme a centinaia di altri, come gli altri gettato in una sudicia baracca piena di cimici.
I primi tempi furono durissimi, senza notizie della nostra patria, dei nostri cari, stroncati da lavori pesanti ed insensati, eppure ci illudevamo ancora, io almeno sapevo di un progetto segretissimo che avrebbe potuto capovolgere le sorti della guerra, un'arma totale di potenza inimmaginabile, che doveva essere sperimentata ad Alamogordo, dove lavorava mio fratello, così davo coraggio agli altri senza fornire troppi particolari e per far dimenticare l'orrore della prigionia chiesi ad un mio commilitone di intagliare dei pezzi di scacchi con cui giocare tra noi della baracca a sera. Andò avanti così per un paio di settimane, facevamo dei veri tornei e mettevamo in palio persino dei piccoli trofei di legno scolpito raffiguranti la Statua della Libertà...
Poi un giorno mentre ero impegnato a conquistare il mio terzo trofeo consecutivo, assorto in un complicato finale, avvertii il silenzio piombare attorno a me e l'imbarazzo dei miei compagni, allora mi voltai lentamente e vidi sulla soglia il comandante del lager, quello che noi avevamo soprannominato "Faccia di Cane" che mi osservava tamburellandosi con il manico del frustino il palmo della mano.
«Continua, prigioniero, mi interessa.» Continuai e vinsi. Mentre il mio impaurito avversario abbandonava, Faccia di Cane afferrò il trofeo che mi spettava, lo osservò con disprezzo e dopo averlo scagliato in terra mi fece cenno di seguirlo. Non sapevo cosa aspettarmi e mi congedai dai miei compagni di prigionia con tristezza, forse non li avrei rivisti mai più... Faccia di Cane mi condusse nel suo alloggio e mentre lo osservavo stupito mi versò da bere, mi porse delle sigarette e mi invitò a giocare a scacchi con lui.
Rimasi per lunghi minuti ad osservare la splendida scacchiera su cui avremmo giocato, sfiorai quasi con reverenza i bellissimi pezzi d'avorio.
«Bella vero? - disse sogghignando - è un dono dei nostri amici inglesi, ah già, tu non lo sai ancora, l'Inghilterra è caduta e la famiglia reale è stata fucilata.»
Di colpo sentii come un baratro spalancarsi sotto ai miei piedi, non poteva, non poteva essere vero!
«Non ci credi, povero bastardo, ancora vi illudevate di vincere, forse ancora credete in quella vostra arma finale. Avanti gioca, io ho già mosso.»
Giocai distrattamente e persi. Faccia di Cane era appena un mediocre giocatore, ma io ero così sconvolto dall'aver appreso la provenienza della scacchiera che non riuscii a concentrarmi come avrei voluto, giocavo con le lacrime agli occhi per il dolore e, come ho già detto, persi, addirittura presi matto, un matto banale e facilmente evitabile. Faccia di Cane però fu soddisfatto «Ovvio che state perdendo la guerra, come strateghi valete assai poco.» poi chiamò un attendente e diede ordine di alloggiarmi in un piccolo locale separato dalle baracche degli altri prigionieri.
Cominciai così una nuova vita, ben nutrito, vestito decentemente e con l'obbligo di giocare ogni giorno con Faccia di Cane e perdere, già, perdere, quello era il mio solo obbligo, infatti una volta che stavo per mattare mi accorsi in tempo dell'ira che stava trasformando il volto del mio avversario in una maschera di ferocia bestiale. Volutamente lasciai un pezzo in presa e mi lanciai in una combinazione insensata e facilmente controbbattibile. Faccia di Cane allora si rasserenò e, dopo avermi sconfitto, si divertì ad irridermi per la mia debolezza, poi si alzò, prese dalla sua scrivania un quotidiano e me lo diede «Tieni, leggi, è da troppo che vivi fuori dal mondo, vi sono alcune notizie veramente divertenti.»
Mi congedò ed io recatomi nel mio alloggio aprii il giornale ed il mondo mi crollò addosso. In prima pagina vi era la fotografia del gruppo di Alamogordo, impiccato... Neppure del vecchio Albert avevano avuto pietà. Solo allora capii che era davvero finita, più avanti altre notizie agghiaccianti, Stalingrado era caduta e Mosca, dopo essere stata saccheggiata, era stata data alle fiamme. I campi di concentramento nascevano come funghi velenosi un pò dovunque: Filadelfia, Leningrado, Boston, Cambridge, la mia Cambridge un campo di concentramento, persino Washington, dove lo stesso Presidente vi era stato internato in attesa di esser passato per le armi. Cercai disperatamente una notizia da cui potessi capire che vi era ancora speranza e la trovai, New York, più volte bombardata, resisteva ancora!
Quella notte per la prima volta dopo tanti anni pregai...
Il giorno dopo anche quell'ultima vana speranza cadde nel modo più crudele. Faccia di Cane godeva mentre mi sputava in faccia le ultime terribili notizie.
«Ricordi quella vostra arma finale? La bomba atomica? L'abbiamo provata noi e funziona magnificamente, New York non esiste più...»
Ora sì che era finita davvero, guardai la fotografia con disperazione, la città era un cumulo di macerie ed il nostro simbolo, la Statua della Libertà giaceva frantumata nel porto.
Vidi anche le foto delle persone con i corpi devastati da quella bomba che noi stessi avevamo creato e mi chiesi perchè, perchè Dio avesse permesso tutto questo... Mi sentivo disperato, sapevo che ormai anche la speranza era finita, forse per sempre.
«Cosicchè la guerra è praticamente finita - disse Faccia di Cane - e l'abbiamo vinta noi, tieni bisogna festeggiare» e mi offrì una coppa di champagne Dom Perignon Führer Reserve e mi concesse di giocare con il bianco.
Bevvi ed iniziai a giocare, mentre una calma gelida s'impossessava di me. Mentre muovevo rivedevo le immagini di mio fratello impiccato ad Alamogordo, di New York atomizzata, del campo di sterminio di Cambridge, di Mosca in fiamme, del Presidente degli States in attesa di essere giustiziato, pensai ai miei compagni di prigionia che ogni giorno crepavano, mentre io vivevo abbastanza bene solo perchè accettavo di farmi sconfiggere giornalmente dal comandante del lager. Forse un domani sarei pure tornato ad essere un uomo libero, ma a che prezzo? La libertà in cambio della mia dignità? No, grazie, era un prezzo troppo alto da pagare e così giocai per vincere. Giocai con rabbia, con odio, sacrificai la donna ed una torre e diedi matto.
Faccia di Cane impallidì, poi mugolò «Mi sono distratto, bastava che non prendessi la tua torre e con la donna di vantaggio ti avrei schiacciato.»
«Lo crede davvero? - la mia calma era gelida - Rivediamo allora...»
Ricostruii la partita e gli mostrai tutta la sua serie di banali errori, gli mostrai tutte le mie minacce e gli mostrai anche come la presa di torre non potesse essere evitata, poichè avrei dato egualmente matto.
Pretese subito una nuova partita ed in poche mosse gli intrappolai la donna e lo sconfissi nuovamente. Giocammo tutta la notte e lo sconfissi sempre. Alle quattro del mattino Faccia di Cane rovesciò la scacchiera e si alzò di scatto «Ti sei preso gioco di me, bastardo, ora la pagherai, avresti potuto tornare ad essere libero, ora invece tornerai nella baracca e farai la stessa fine degli altri.»
«Ok Faccia di Cane - risposi con sarcasmo - almeno ci tornerò a testa alta»
Mi colpì in viso con il manico del frustino ed io sentii il sangue colarmi dalle labbra. Rimasi impassibile, poi mi girai e mi avviai alla porta ma prima di uscire mi voltai ancora per dirgli «Ricorda Faccia di Cane che la dignità di un uomo non si baratta con un'esistenza da servo - poi sorrisi - del resto giocare con uno che sa appena muovere i pezzi mi divertiva assai poco - spostai la testa per evitare il pezzo che mi aveva scagliato contro e proseguii - per sopportare queste insulse partite con uno scadente principiante le giocavo come se fossero degli aiuto o automatti e certe volte ho dovuto davvero faticare per perdere, perchè mai mi era capitato un avversario così incapace.»
Faccia di Cane ascoltò in silenzio poi disse freddamente «Hai parlato abbastanza - poi indicò il cielo che cominciava a schiarirsi ad oriente e riprese - goditi quest'alba perchè è quella del tuo ultimo giorno di vita.»
Fuori mi aspettavano due guardie che mi condussero in questa fossa dove ora attendo che si compia il mio destino...

Sono venuti, con i loro camions, e ci hanno caricato sopra a mucchi, e ci hanno assestato a colpi di vanga perchè altrimenti non si potevano rialzare le sponde, al mio vicino, uno scacchista, hanno rotto la fronte ed il sangue gli cola sul sorriso ebete, ma io non trovo la forza di lamentarmi e me ne resto a guardare gli altri, anche loro, come me, felici di andarsene. Ogni tanto qui sotto qualcuno mugola perchè gli manca il respiro, ma nessuno ci fa caso e dopo un pò, quello si calma... Da oggi la nostra vita cambierà, perchè niente è più brutto di quello che abbiamo passato e per questo noi oggi siamo felici...

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Inizialmente scritto per Due Alfieri rimase inedito quando mi resi conto che alla rivista non interessavano più i miei racconti.

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Il brano in background è Exodus, dalla colonna sonora del film omonimo.

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La traduzione è di Gianpaolo Brignolo

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