Dal nostro inviato... all'Inferno
Parte Terza
(pubblicato su Due Alfieri n. 27 di Novembre/Dicembre 1982)

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Boris Vallejo
Dragon Maiden


Avevo appena battuto il mio secondo avversario della giornata, un certo Gruskha, Gebel Gruskha, e la partita, che era durata un pò più del previsto, mi aveva proprio stancato, avevo bisogno di rilassarmi così dopo aver comunicato il risultato al terminale, mi diressi verso l'appartamento a me riservato, mi sdraiai sul letto e mi misi a pensare. Era ormai un bel pò di tempo che partecipavo al torneo, non che fossi stanco, ma sentivo il desiderio di avere qualcuno con cui confidarmi regolarmente, una persona amica su cui poter contare, aspettare i miei amici scacchisti era inutile, prima che venissero a raggiungermi all'inferno potevano volerci anni e io non avevo voglia di cercare ogni giorno informazioni sui nuovi arrivi.
Avevo bisogno di un'amicizia già in loco, ma gli scacchisti che avevo conosciuto, oltre che stare un pò troppo in disparte, non brillavano per la varietà di argomenti di conversazione, l'eternità è lunga da trascorrere e passare il molto tempo libero con occasionali chiacchierate con gli altri partecipanti al torneo non mi entusiasmava, nè del resto mi sembrava che vi fosse qualcuno di tutti coloro che avevo conosciuto in grado di starmi a sentire fino al termine del torneo, se anche l'avessi trovato, questi doveva avere una forza di sopportazione davvero infernale!
Infernale! E perchè no? In fondo proprio con il personale del torneo avevo passato i momenti più piacevoli. Ripensai rapidamente a tutti i demoni e demonesse conosciuti nel corso di quegli anni e immediatamente mi tornò alla mente una graziosissima rossa conosciuta al mio arrivo e che poi avevo rivisto per alcune volte nei primi tempi; cercai di ricordare il suo numero di servizio, poi presi il telefono e chiamai la hall.
«D-1771 al n. G/1781951, grazie!» riattaccai con un sorriso e rimasi in attesa. Non ci volle molto e lei fu nella mia stanza. [1]
Più tardi, mentre si rivestiva, le chiesi se voleva rimanere con me per tutta la durata del torneo. Accettò e pensò lei stessa ad informare la direzione della sua decisione.
«Magnifico! Ora però - aggiunsi - dovrò cercarti un nome»
«E perchè?»
«Mi sembra evidente, non posso rivolgermi a te usando una sigla, è troppo impersonale, che ne diresti di Danyazad?»
[2]
«Danyazad - lo ripetè pensandoci un pò su - sì, mi piace, suona bene, d'accordo, ed ora che conosci il mio nome, cosa desideri che faccia?». [3]
La sua risposta mi sorprese, poi ricordai che nella magia nera, conoscere il nome di un demone rende quest'ultimo proprietà del mago. La cosa si faceva interessante e sicuramente in futuro, ne ero certo, poteva tornarmi molto utile, comunque colsi al volo l'occasione per chiedere una risposta a quello che ormai era l'argomento del giorno: quando sarebbe tornato Firdusi con la scacchiera di Reykjavik? E l'aveva trovata?
«Già, la famosa scacchiera dell'americano, ma perchè vuole proprio quella? Ne abbiamo tante!».
«Vedi Danyazad, quella scacchiera è un simbolo e rappresenta per Fischer la testimonianza tangibile del suo trionfo terreno, in vita non vi diede importanza, da morto, forse, egli vuole riprendersi quella parte di sè stesso lasciata a Reykjavik, vedi Danyazad, vi sono delle cose, degli oggetti, che ricordano, che conservano in sè la personalità di chi ne fu il padrone, saprai, di certo dell'esistenza delle case in cui ci si sente, case in cui avvenne un crimine o in cui abitò una forte personalità che rimaste deserte conservano quel ricordo riproiettandolo sul successivo proprietario, sino a portarlo alla follia o alla ripetizione di un analogo crimine. Ebbene io credo che una cosa analoga sia successa tra Fischer e la scacchiera di Reykjavik, in quel lungo e interessante periodo egli caricò la scacchiera, dopo quel periodo egli abbandonò quasi completamente gli scacchi, come si fosse svuotato di tutta la grandezza, inventiva, di tutta la folgorante intuizione che lo aveva portato al culmine dello scacchismo mondiale, oh sì egli avrebbe ancora potuto vincere facilmente la maggior parte dei suoi possibili avversari, ma ormai il suo gioco era diventato senz'anima, quell'anima che aveva lasciato prigioniera della scacchiera islandese. Forse per tutta la vita egli ha cercato di chiedersi, di capire cosa fosse successo in lui, perchè il gioco non aveva più attrattiva per lui, ma era vivo e non poteva avere nemmeno l'idea di ciò che era successo tanti anni prima. Ora che è morto, egli sa e vuole la scacchiera perchè questa possa restituirgli la sua stessa anima perchè possa ritornare sè stesso e ritrovare l'indimenticata grandezza. Io, Danyazad, voglio credere che questo sia in definitiva l'unico vero motivo che spinge Fischer a rivolere la sua scacchiera, mi piace pensare a questa strana fiaba e sono certo che solo quando Firdusi porterà a termine l'impresa che gli è stata affidata vedremo veramente il più grande giocatore di tutti i tempi ritornare sè stesso».
Danyazad aveva ascoltato con interesse, affascinata, poi si alzò facendomi segno di seguirla: «Seguimi, conosco chi può rispondere alla tua richiesta».
Mi guidò per un interminabile dedalo di corridoi, sempre in discesa, chilometri di soffici guide bordò fiancheggiate da fruscianti tendaggi di velluto cremisi, attraversammo per lunghe ore una parte sconosciuta del mio nuovo mondo, infine giungemmo ad una saletta circolare e senza uscite dove si schiudeva la porticina di un piccolo ascensore. Vi entrammo e Danyazad premette l'ultimo pulsante. Quasi non avvertii il movimento ma i pulsanti degli innumerevoli piani si accesero e spensero in rapidissima successione, sino a che, illuminatosi l'ultimo in basso, si aprì nuovamente la porta. Uscimmo in una sala vastissima, le cui luci diffuse donavano all'ambiente un senso d'irrealtà, non era possibile vedere nè pareti nè il soffitto e tutto l'ambiente, a perdita d'occhio, appariva occupato da un gigantesco computer, gremito da centinaia di terminali ed immensi schermi video sui quali appariva ogni settore dell'inferno, e non soltanto il settore del torneo. In uno degli schermi notai un'immensa città fiammeggiante circondata da un mare di lava ribollente, la fissai affascinato ricordandone con sorpresa il nome: «Dite!»
[4] esclamai e subito si accostò un demone alto dal portamento elegante, lisciandosi la barba corta e tagliata con cura, indossava un camice bianco da cui affiorava una cravatta grigio perla fermata con un enorme rubino, aveva il portamento autorevole ed il piglio deciso di chi è padrone in casa sua. [5]
«Piacere di fare la vostra personale conoscenza, io sono il direttore, ho avuto modo di osservare la situazione al torneo ed ho notato con piacere il vostro eccellente recupero, ho anche notato che vi siete ben ambientato nel torneo e che non disdegnate la compagnia del personale di servizio - lanciando un'allusiva occhiata alla mia compagna - ciò mi fa piacere, mi rallegro infatti se i miei ospiti sono lieti del posto loro assegnato».
Mi strinse la mano con cordialità, poi seguendo la direzione del mio sguardo annuì: «Sì, avete ragione, è la cittadella di Dite, ci ha dato sempre qualche problema con l'impianto di condizionamento..» poi ci invitò a prendere qualcosa con lui, lo seguimmo sino ad un confortevole separè e subito un inserviente prese le nostre ordinazioni. Io e Danyazad prendemmo un Bloody Mary, il nostro ospite invece prese un Manhattan.
[6] Mentre sorseggiavamo i nostri drinks egli ci chiese il motivo della nostra gradita visita.
«Ecco, desidererei sapere se Firdusi è tornato e se ha ritrovato la scacchiera di Reykjavik». Annuì, poi accostatosi ad un terminale formulò la richiesta, immediatamente comparve una scritta, egli la lesse, poi spento lo schermo tornò verso di noi.
«Sì, Firdusi ha avuto successo, oggi stesso egli morirà e fra poche ore sarà qui da noi con la scacchiera, sarei lieto se voi rimaneste qui con me per accoglierlo».
Risposi che mi sentivo onorato per tanta cortesia ed accettai con vero piacere.
Passarono poche ore, poi finalmente due inservienti introdussero nella sala un vecchio con un ingombrante fagotto sotto il braccio.
«Eccola qui, finalmente - esordì posando il pacco su un tavolo - non vedevo l'ora di tornare, fuori sembrano tutti matti, pensate che sulla terra c'è una atomica per ogni diecimila abitanti ed invece di fare marcia indietro continuano ad accrescere gli armamenti, per bilanciare il potenziale atomico dicono, è pazzia pura, già quello che hanno...».
[7]
Il nostro ospite lo interruppe con un cenno: «Sì, lo so e per noi è molto fastidioso, se scoppiasse una guerra ci troveremmo davvero nei guai con i nuovi arrivi, perchè se è possibile smaltire senza difficoltà qualche piccola guerra locale, di fronte ad una catastrofe saremmo costretti a ricorrere a degli alloggi di fortuna forse anche a delle tendopoli, prima di aver allargato i nostri locali. Comunque adesso dite come avete fatto».
Firdusi annuì poi ridacchiando soggiunse: «In definitiva era assai più semplice di quanto sembrasse. Fischer conquistando il titolo mondiale diede per la prima volta il titolo di campione alla sua stessa nazione, bastava quindi cercare un collezionista di cimeli storici che rispondesse ai seguenti requisiti: tanto ricco da poter finanziare sia il furto sia la sua successiva segretezza, tanto collezionista da provare piacere solo nel possedere per il piacere di possedere, ben sapendo che mai avrebbe potuto esporre quel cimelio davanti ad altre persone. Che questi fosse americano e patriottico al punto da dedicare la sua collezione ai cimeli della sua nazione erano ovvi corollari... Ho analizzato per alcuni mesi tutti i possibili detentori della scacchiera poi alla fine ho pensato che solo Edwin Wright Fairchild III, il multimiliardario californiano arricchitosi con i giacimenti di uranio dell'Antartide poteva essere l'uomo che cercavo. Ho avuto ragione e facendovi grazia dei particolari, posso aggiungere che ho dato in cambio al collezionista una delle poche cose che potesse desiderare: l'ubicazione precisa del punto in cui cadde il frammento con il nome dello shuttle inabissatosi nell'Oceano Pacifico dopo essersi disintegrato in aria alla partenza da quello che doveva essere un normale volo di routine.
[8] La targa con il nome Challenger era un cimelio altrettanto importante della scacchiera e lui ha accettato lo scambio. Per quel che ne so ha già organizzato il recupero [9] e forse questa volta sarà l'unica in cui potrà procurarsi un cimelio importante da esporre liberamente agli sguardi di tutti, senza doverlo più contemplare in privato e al tempo stesso senza essersi macchiato per esso di alcun reato».[10]
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1. Il personaggio della diavoletta dai capelli rossi, comparsa nella prima puntata, riappare e diventa quasi protagonista in seguito alle richieste dei lettori arrivate alla rivista e che il direttore della stessa mi girò... [Return]
2. Il nome Danyazad è ripreso dal Kublai Khan di Coleridge ed è il nome di una uri del paradiso maomettano. La mitologia araba è ricca di demoni e demonesse, spiriti dell'aria e del fuoco e Danyazad è una di queste demonesse, quindi mi piacque il nome e lo usai. [Return]
3. Le fiabe ed i racconti del sovrannaturale sono ricchi di citazioni analoghe, conoscere il nome di un demone, di uno gnomo, di un elfo equivale a possederlo, a questa credenza è affine il concetto primitivo del nome segreto che può essere confidato solo alla persona con cui si è in debito della vita. [Return]
4. All'insolita visione tecnologica dell'inferno si mescolano reminescenze dantesche come quella della Città fiammeggiante Dite che un Lucifero molto elegante e snob liquiderà con una battuta relativa all'impianto di condizionamento difettoso. [Return]
5. L'aspetto aristocratico del demone è direttamente ispirato al demone in finanziera che accoglie i nuovi arrivi nel gioiello di Lubitsch, Il Paradiso può attendere, un film delizioso che non mi stanco mai di rivedere. [Return]
6. Sia il Bloody Mary che il Manhattan sono dei cocktails di colore rosso, quindi in tono con l'ambiente... [Return]
7. All'epoca in cui scrissi il racconto vi era ancora la guerra fredda, la corsa agli armamenti, la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo nei paesi dell'est era ancora un'utopia... [Return]
8. Fu una delle cose più curiose del racconto, anticipai di un anno l'esplosione del Challenger, lo stesso direttore di Due Alfieri mi scrisse, quando ciò avvenne, ricordando questo passo del mio racconto, per l'esattezza nella stesura di allora avevo messo come nome dello shuttle Columbia e non Challenger... una piccolezza che mi ha impedito di fare bingo, dato che il nome Challenger è molto legato al mondo degli scacchi in quanto era anche il nome di una delle più famose scacchiere elettroniche dell'epoca, una delle più costose e avanzate sul piano del gioco... in questo riversamento mi è sembrato giusto correggere l'errore di allora mettendo il nome giusto dato che tutti i particolari descritti si erano poi verificati nella realtà l'anno successivo... [Return]
9. Era anche l'epoca in cui Howard Hugues organizzò una titanica impresa di recupero di un sommergibile atomico russo affondato per avaria in acque territoriali americane, il multimiliardario del racconto è ispirato al leggendario Hugues, personaggio misterioso, un pò paranoide ma capace di gesti spettacolari anche grazie alla sua incredibile ricchezza e ai suoi sogni giganteschi per un mondo abituato a pensare in piccolo, la figura del miliardario compare anche in Tucker un uomo ed il suo sogno, il film dedicato alla vita del geniale innovatore dell'automobile sul piano della sicurezza che per realizzare le sue auto fu aiutato proprio da Hugues, bellissima la sequenza del loro incontro nell'hangar del multimiliardario... [Return]
10. Una precisazione non del tutto fuori luogo, visto l'ambiente del racconto, ricordo che fu scritto oltre quindici anni fa, assai prima della pubblicità infernale del caffè Segafredo (una delle mie preferite tra l'altro) e ovviamente pari tempo prima della nascita del mio nick Duca Lucifero, forse era una curiosa anticipazione di entrambi ma all'epoca non lo sapevo... di sicuro l'idea mi sembrò divertente anche perché spesse volte al circolo quando vincevo mi mandavano all'inferno... da qui ironicamente l'idea del ciclo... [Return]

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che ha realizzato i midi più carichi di atmosfera che abbia mai trovato sul net.
Il brano è qui riportato con il permesso dell'autore.

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