Piazza dell'Angelo

Ettore Roesler Franz, Interno di Portico d'Ottavia - 40.716 bytes

Ettore Roesler Franz (1845 - 1907)
Interno a Portico d'Ottavia

Vi sono luoghi a Roma di cui ben pochi hanno sentito parlare, del resto oggi la gente va di fretta e non ha più tempo per gironzolare nei labirinti di viuzze del centro. Io stesso appresi solo per caso della Piazzetta dell'Angelo che di tanto in tanto s'intravede in una via traversa dalle parti di Via Arenula ma che non figura sulla Pagine Gialle della città.
Ogni città ha le sue leggende su luoghi misteriosi ed in modo particolare questi luoghi sembrano abbondare soprattutto là dove vi sono antichi ghetti ebraici, così come Praga anche il ghetto di Roma ha strane storie da raccontare, qui non vi è la casa disabitata dove di tanto in tanto appare il golem di cui narra Meyrink, ma vi è una piazzetta che racchiude un poetico e malinconico segreto.
È una piazzetta fantasma, appena un crocchio di case fatiscenti cui si accede da un viottolo stretto dalle parti di Portico d'Ottavia, poche case, una fontana con delfini di gusto rinascimentale e una nicchia in un muro con un angelo senza volto e senza braccia, proprio accanto ad una taverna, L'Osteria della Luna Verde, due tavolini macchiati d'unto posti ai lati dell'entrata e dentro solo la luce di lanterne ad olio, niente elettricità. Nella Piazzetta dell'Angelo non vi sono lampioni o insegne di negozi, solo lucerne che vengono accese al tramonto da mano sconosciuta.
Dalle case non giungono i suoni del mondo, come televisore o radio, ma solo, di tanto in tanto, una voce di donna che canta un'antica canzone romana, dalle finestre pendono panni stesi ad asciugare e sui sampietrini della piazzetta a volte indugia smarrito un cane che annusa sospettosamente l'aria prima di sparire di corsa uggiolando nello stretto vicolo che lo ricollega al mondo.
Una piazzetta dove il tempo si è fermato, una piazzetta dove può giungere solo chi ha perduto qualcosa di molto prezioso nel suo remoto passato.

Sì infatti essa compare a volte solo al tramonto ed in tarda primavera, in fondo a quel vicolo che in genere è chiuso da un muro muffito da cui pendono festoni di vecchi manifesti scollati dalla pioggia.
Un vicolo tra palazzi decrepiti, con le finestre murate, palazzi forse in attesa di demolizione o di ristrutturazione, abitati solo dai fantasmi degli antichi proprietari.
Gli stessi abitanti dei dintorni negano di aver mai sentito parlare della Piazzetta dell'Angelo eppure interrogando a lungo qualcuno di loro non può sfuggire l'impercettibile movimento della testa verso il vicolo cieco, il leggero tremito di timore e soprattutto la risata sforzata con cui l'interpellato liquida come fantasie tutte le domande che tentate di porgli.
Anni addietro, quando ero ancora studente di liceo, a volte il pomeriggio prendevo l'autobus e mi recavo in Trastevere, alla ricerca di negozietti dell'usato in cui trovar qualche buon libro a poco prezzo. All'epoca non avevo molto denaro, mio padre mi dava mensilmente una piccola somma con cui pagavo la tessera dell'autobus, qualche pacchetto di sigarette ed il resto lo spendevo in libri. Per poterne comperare di più frequentavo le librerie dell'usato dove spesso trovavo vecchie edizioni in condizioni eccellenti, buoni libri con ottime rilegature, ben altra cosa in confronto ai pocket che stavano a poco a poco prendendo piede.
Ho sempre detestato i pocket di una volta, con le rilegature scadenti che si disintegravano alla prima lettura, oggi al contrario i pocket sono di eccellente qualità e spesso vi si trovano vere sorprese, libri da tempo fuori commercio o ristampe di rari classici un tempo disponibili solo in costose edizioni di lusso.
Ma ai tempi della mia giovinezza i pocket offrivano ben poco di interessante e se si cercava un buon libro era necessario spendere ed anche tanto, per questo cercavo i miei libri sugli scaffali dell'usato, belle edizioni con copertina cartonata o addirittura in similpelle, libri da sfogliare con amore e da conservare gelosamente.
Con il poco denaro a mia disposizione non avevo molta scelta, o qualche pocket della serie Oscar o cercare in quei negozietti qualcosa di bello e fuori commercio.
Per questo a volte il sabato gironzolavo in Trastevere o dalle parti di Via Arenula, nei labirinti della città vecchia, cercando un negozietto dove non ero mai stato prima e dove trovare qualcosa da poter acquistare senza spender troppo.
La primavera era il periodo migliore, l'aria tiepida, il cielo sereno, la luce sino a sera ed io amavo passeggiare...
Durante le mie peregrinazioni passai anche nei dintorni di Via Portico d'Ottavia e una volta alla luce ramata del tramonto intravidi la Piazzetta dell'Angelo in fondo ad un buio viottolo.
Non vi diedi peso, cercavo librerie e la taverna in tutta franchezza non mi attirava, arrivai sino a metà del vicolo, guardai oltre, vidi la fontana, la statua dell'angelo, l'osteria con i tavolini. i panni stesi ad asciugare e tornai indietro scrollando la testa, l'unica cosa che mi avesse colpito erano state le lanterne a gas, alquanto insolite in una città come Roma.
A poca distanza invece trovai una libreria dove non ero mai stato e passai lì un fruttuoso paio d'ore uscendone soddisfatto con una busta piena di ottimi libri in condizioni perfette.
Ripassando dalle parti del viottolo guardai di nuovo verso il fondo ma non vidi nulla, nemmeno il chiarore delle buffe lanterne, solo un vicolo buio e silenzioso, non me ne curai e tornai a casa.

Erano gli anni in cui soffocavo nei libri il dolore struggente per la recente perdita della mia adorata Vanessa. Non frequentavo più comitive come un tempo, ma passavo le ore libere dallo studio a leggere o a passeggiare, sempre solo con i miei pensieri, sempre solo con i miei dolorosi ricordi.
Poi un pomeriggio d'estate lessi qualcosa che mi ricordò la piazzetta intravista di sfuggita alcuni mesi prima. In quel periodo mi piaceva andare a leggere nei giardini della Basilica di San Paolo, io abitavo vicino a Viale Marconi, quindi alle prime ore del pomeriggio facevo una passeggiata, attraversavo il ponte e in una ventina di minuti appena raggiungevo i giardini, mi sceglievo una panchina all'ombra e leggevo in santa pace per alcune ore, poi quando il sole cominciava a tramontare chiudevo il libro e me ne tornavo a casa.
Erano tempi in cui si poteva star tranquilli a leggere in un giardino pubblico, non vi erano tossicomani o molestatori, al massimo timide coppiette che passeggiavano mano nella mano scambiandosi solo un rapido e fugace bacio o gli immancabili ragazzini che si rincorrevano chiassosi sotto lo sguardo attento delle madri.
Quindi l'ideale per leggere e godersi il fresco del ponentino che a Roma addolciva i pomeriggi estivi.
Il capolinea dell'autobus a due passi mi consentiva di poter tornare a casa in pochi minuti senza dover ripetere la lunga passeggiata e in questo modo io trascorrevo lunghi pomeriggi estivi attardandomi, immerso nella lettura, sino al tramonto.
In uno di quei torpidi pomeriggi lessi della Piazzetta dell'Angelo e di colpo mi tornò alla mente il luogo intravisto per caso alcuni mesi prima.
Non posseggo più quel libro, non ne rammento nemmeno il titolo, ma ricordo che leggendo quel capitolo sobbalzai con un bizzarro brivido, inspiegabile in una calda giornata estiva.
La frase che mi colpì diceva pressappoco che la piazza appare solo a chi ha perduto da poco qualcosa di molto prezioso e che se sa approfittarne ritroverà lì in una delle sue vecchie case ciò che ha perduto, qualunque cosa sia...
Un velo di commozione mi offuscò gli occhi, era vero, in quel tempo avevo perso il mio angelo e se invece di tornare indietro cercando la libreria avessi proseguito... poi pensando all'assurdità della cosa ripresi la lettura, Vanny era morta, come avrei potuto ritrovarla in una di quelle vecchie case? Era lei il bene prezioso che avevo perduto e non era possibile che potessi ritrovarla viva tra le quelle antiche mura, eppure il testo diceva strane cose e cominciai a credere che veramente potessi di nuovo raggiungerla in un luogo fuori dal tempo.
Quella piazza era come un miraggio, appariva e spariva, chi entrava in essa usciva per sempre fuori dal tempo, ritrovava ciò che aveva perduto ma non poteva più tornare indietro... e forse era questo ciò che io desideravo veramente, ritrovarla viva, dimenticare il resto del mondo e tenerla stretta a me in un abbraccio senza fine.
Tornai a casa con un misto di amarezza e speranza, avevo già avuto la mia opportunità e non avevo compreso il dono, forse non avrei avuto una seconda possibilità ma dovevo tentare ad ogni costo, la felicità mi attendeva da qualche parte in una piazza che appare solo al tramonto di un mite giorno di primavera.
Era estate ed avevo quasi un anno da attendere prima di fare il mio tentativo, ma avrei raggiunto prima o poi la mia Vanny, ne ero certo e non pensavo che fosse solo un desiderio folle ed assurdo frutto della disperazione.
Quell'anno non riuscii a concentrarmi molto sullo studio, i miei risultati furono pessimi fin dall'inizio, ma dello studio non mi curavo affatto, se avessi ritrovato la piazzetta sarei uscito fuori da quel mondo e avrei vissuto altrove, accanto a lei che amavo e che non avevo mai smesso di amare nonostante fossero passati già parecchi mesi dalla sua morte.
Ma alla fine la primavera giunse ed io feci lunghe interminabili passeggiate nella zona del vecchio ghetto ebraico cercando la piazzetta intravista l'anno prima, non ebbi fortuna, trovai più volte un vicolo come quello di allora ma era solo un vicolo cieco tra case muffite e vuote ed il muro di fondo non aveva aperture, ma solo mattoni crepati, su cui frusciavano al vento brandelli di manifesti scollati dalle piogge invernali.
Forse era davvero lo stesso vicolo visto l'anno avanti ma non ne avevo la certezza e del resto nessuno degli abitanti della zona mi fu d'aiuto, ascoltavano la mia descrizione della piazza poi scuotevano il capo «No mai sentita, un'osteria? Qui è pieno di osterie ma l'insegna con la luna verde non l'ho mai vista».
Già... nessuno sapeva, nessuno aveva mai visto, eppure abitavano in zona da una vita, come può esser possibile abitare a Portico d'Ottavia e non aver mai sentito parlare della Piazzetta dell'Angelo? Allora da chi aveva preso l'informazione l'autore del libro? Io stesso l'avevo vista di passaggio!
La primavera era al termine ed io non avevo fatto alcun progresso, cercai in casa il libro e non lo trovai da nessuna parte, non l'ho più trovato in casa dopo di allora infatti, forse lo dimenticai sulla panchina dei giardini di San Paolo quel pomeriggio che tornai a casa così imbambolato da non rendermi nemmeno conto di quel che facevo.
Alla fine cercai la libreria dove ero andato quel giorno poco dopo aver visto di scorcio la piazzetta, il vecchio proprietario stava lì da sempre e forse ne aveva sentito parlare, di sicuro poteva essere un pò più eloquente dei tanti abitanti della zona a cui avevo chiesto informazione, trovai la libreria e vi trascorsi un pomeriggio, il vecchio era molto cortese e conosceva la zona palmo a palmo, era anche appassionato di leggende romane e di folklore, gli parlai del libro ma non seppe dirmi nulla di preciso, lui non lo aveva ed anzi sembrò molto interessato alla mia storia soprattutto quando gli dissi di aver visto io stesso la piazzetta.
Rimase a lungo in silenzio poi chiese perché non vi fossi andato, scossi la testa, della leggenda avevo letto pochi mesi dopo, se l'avessi saputo prima non avrei esitato un solo istante, che avevo da perdere? Avevo già perso l'unica cosa importante della mia vita e se davvero potevo ritrovare lei lì non avrei esitato a voltare le spalle al mondo intero.
Annuì poi bisbigliò qualcosa «...non c'è mai una seconda possibilità, l'angelo non la dà mai», ricordo di averlo guardato a lungo, lui di certo sapeva assai più di quanto volesse far credere ma non dissi nulla, prima di andarmene mi accorsi della porta aperta nel retrobottega, curioso come sono vi sbirciai dentro e vidi dalla finestra aperta in lontananza quel vicolo nei cui pressi mi ero tante volte aggirato senza fortuna. Compresi in un lampo il senso delle sue parole, lui stesso da una vita aspettava quella seconda possibilità, aveva aperto il suo negozio lì per poter sorvegliare il vicolo eppure dopo aver atteso tanto non aveva avuto fortuna, quindi come potevo pretendere di ritrovare la strada che mi era stata offerta e che con tanta leggerezza non avevo percorso? Potevo sperare di ritrovare un luogo con le mie occasionali ricerche quando aveva fallito chi addirittura viveva lì di fronte?

L'angelo non dà una seconda possibilitÓ... avrei dovuto cogliere la prima ma come facevo a saperlo? Come potevo immaginare che solo lì avrei ritrovato il più grande dei tesori del mondo, la mia Vanny perduta?
È un angelo crudele, ti mostra la strada quando non sai nemmeno che strada sia e te la nega quando poi la cerchi affannosamente.
E quel libro di leggende su Roma? Come mai lo comprai? All'epoca non mi interessava il folklore cittadino eppure lo comprai, cosa mi attirò verso quel libro dalla copertina di cuoio verde che non sono più stato in grado di ritrovare? E come ho fatto a smarrirlo io che ho sempre avuto un amore sviscerato per i libri?
Tante domande e nessuna risposta, poiché nessuno era in grado di dare una risposta a quelle mie domande.

Passò altro tempo e diedero uno sceneggiato in tv, un misto di esoterismo, poliziesco e mistero, il Segno del Comando con Ugo Pagliai, una storia che avrei notato appena se non si fosse parlato anche lì di una piazza misteriosa, con una fontana con delfini al centro, ruderi di tempio romano ed un'osteria dove il protagonista incontrava la donna misteriosa che era la reincarnazione di quella da lui amata. Una storia strana, surreale e non convincente, a parte la coincidenza della piazza, della fontana e del cognome stesso dell'attrice, il mio cognome... non vi era un rudere di tempio romano in quella che io vidi ma un'incassatura in un muro con la statua di un angelo, vi era invece l'osteria come nello sceneggiato e questo mi diede un brivido. Era una serie di coincidenze impossibile, assurda eppure era lì sotto i miei occhi. La canzone romana antica, i nomi pieni di fascino come il Vicolo delle Tre Campane erano forse segni che avrei avuto una seconda possibilità? Volli crederlo e pur essendomi trasferito con la famiglia sulla Via del Mare, a metà strada tra Roma ed Ostia Lido, ancora una volta a primavera ripresi ad esplorare il vecchio ghetto, dicevo di avere lezioni pomeridiane all'università e che mi trattenevo fuori a pranzo ed invece giravo per ore in quelle vecchie strade.
Tornai piu' volte alla libreria, facevo finta di nulla e cercavo libri frugando negli scaffali, ma il proprietario non era stupido, aveva capito perché continuavo ad aggirarmi lì e più volte colsi le sue parole appena bisbigliate «Non serve a nulla tornare, lui non schiude la strada una seconda volta» oppure «Bisogna cogliere l'occasione la prima volta, mai indugiare, lui non perdona chi ha paura».
Ma io non avevo avuto paura, semplicemente non sapevo, ed è forse una colpa non conoscere il significato del dono offerto?
Odiavo quell'angelo senza volto, a volte rivedevo la statua nei miei sogni e il volto appena sbozzato aveva un sorriso derisorio ed io mi destavo pieno di malumore e risentimento e di nuovo a primavera facevo lunghe passeggiate tra i vecchi vicoli ma con meno convinzione ad ogni nuovo anno che passava.

All'epoca della mia laurea trovai la bottega del libraio chiusa, era morto, seppi dai vicini, di cosa? vecchiaia... già... la vecchiaia... l'unico male assieme alla solitudine per il quale non esistono vere cure. Mi feci raccontare qualcosa di lui, ma sapevano molto poco, si era stabilito lì poco dopo la guerra, non si era mai sposato, ma era stato fidanzato tanti anni prima, durante l'ultima guerra, aveva perso la fidanzata nello spezzonamento del quartiere San Lorenzo e si era trasferito lì poco dopo la liberazione, all'inizio la sera passeggiava a lungo nei dintorni, specie in primavera, poi col tempo aveva finito per starsene tutto il giorno nel suo negozietto. Non aveva amici, non aveva eredi, il suo stesso negozietto valeva ben poco e di sicuro sarebbe stato venduto con tutto il contenuto in una delle tante aste comunali per poche lire. Fu tutto quello che mi seppero dire ma fu sufficiente, ora sapevo perché era lì! Anche lui aveva avuto la sua occasione e non l'aveva compresa, anche lui come me aveva scoperto in ritardo la possibilità che gli era stata offerta e si era stabilito lì nella speranza di veder riapparire la Piazzetta dell'Angelo agli ultimi bagliori ramati di un qualsiasi tramonto di primavera. Aveva atteso una vita, ma come aveva detto più volte, l'angelo non dà una seconda possibilità, cosa cercava? Non è difficile immaginarlo, cercava la stessa cosa che stavo cercando io, ritrovare il tesoro più prezioso, l'amore della propria donna sottratta da un destino ostile.
Ma se lui aveva fallito, perché avrei dovuto riuscire io? Perché l'angelo avrebbe dovuto commuoversi per il mio dolore quando non si era commosso per il suo?
Povero vecchio... aveva guardato il vicolo giorno dopo giorno sempre con la stessa amarezza mentre il tempo impietoso gli ingrigiva le tempie... ed io cosa avrei fatto della mia vita? Avrei continuato a vagabondare così ad ogni primavera? Sempre aspettando un impossibile miracolo?
Mi rassegnai e cercai di affrontare la vita, cercai di dimenticare, cercai di vivere... nonostante la morte in cuore.

Ho lavorato tanto, ho tanto amato e non ho avuto in cambio che umiliazioni e delusioni.
Ho quasi perso la vista ed alla fine ho perso anche gran parte del poco che avevo, tante amarezze e ben pochi momenti sereni.
Se si raggiunge la piazzetta non si torna più indietro... magari l'avessi fatto, a che mi è servito aver vissuto nel mondo? Solo a lavorare da schiavo e perdere il secondo dono più prezioso che la vita pu˛ offrire, il bene della vista.
Eppure con gli occhi quasi spenti posso vedere qualcosa che agli altri è negato, lo strano bagliore del colore prima della luce, l'incerto bagliore dell'ultravioletto ed ad esso mi sono affidato a tanti anni di distanza per compiere ancora una volta, forse per l'ultima, il mio pellegrinaggio in quelle vecchie strade. Quasi cieco e quasi sordo ho affrontato il faticoso viaggio da Rieti dove sono andato a vivere in questi ultimi anni sino a Roma.
Un viaggio in corriera di appena un'ora e mezza ma che per me è stato un'indicibile sofferenza e poi metro e autobus, sino a Via Arenula.
So bene che non siamo in primavera, ma la primavera è e deve essere nel cuore e se si sa ancora ascoltare il suo canto può esser primavera anche in pieno inverno.
Per questo non ho atteso la nuova stagione del risveglio, i miei occhi stanno cedendo ed io non potevo più attendere altri mesi.
Non mi sono nemmeno chiesto come sarei tornato indietro, del resto girare da queste parti al tramonto vuol dire affrontare il viaggio di ritorno in piena notte, devo esser pazzo per far questo, mi son detto, eppure l'ho fatto.

Ed ora son qui, al tavolino di un bar a Campo dei Fiori ad aspettare l'ora del tramonto, per compiere ancora una volta la passeggiata che senza speranza ho compiuto centinaia di volte in passato.
L'angelo non dà una seconda possibilitÓ, forse... forse può darla se il dolore è tanto grande da intenerire persino la pietra più dura, se quel dolore uno se lo è portato in cuore per tutta una vita. senza mai un cedimento, senza mai un ripensamento, sì solo un dolore così grande può commuovere un angelo senza volto e in questo io spero, in una seconda possibilità che doni ai miei occhi morenti il dolce sguardo della mia Vanny perduta.

Che ne faccio di queste righe? Portarle con me lì? O forse lasciarle da qualche parte? Magari in una qualsiasi cassetta delle lettere, di chi non importa.
Vi è una cosa che mi sembra bizzarra ed ironica al tempo stesso, l'angelo non ha volto, non ha occhi, è cieco... ed anche il vicolo che porta alla piazzetta è un vicolo cieco che solo in alcuni casi si schiude in un abbraccio di case attorno ad una fontana con delfini... e cieco in fondo sto diventando anche io senza rimedio, è forse questo il prezzo da pagare per una seconda possibilità?

È il tramonto e sono di fronte al vicolo, sì non ho compiuto il viaggio invano, stanno accendendo i lampioni a gas là in fondo e fuori dall'osteria stanno mettendo le sedie accanto ai tavoli di fronte alla statua dell'angelo senza volto. Son quasi sordo eppure non mi inganno, alle mie orecchie giunge un canto leggero, un bisbiglio appena, un'antica canzone romana che parla di cose perdute e ritrovate, un canto d'amore appena sussurrato da una voce che fa palpitare il mio cuore... sì di sicuro in una di quelle vecchie case c'è lei che mi aspetta e non posso e non voglio più farla aspettare, il mio dolce amore ha atteso troppo a lungo che ritrovassi la strada per tornare a lei e queste note scritte in fretta con la calligrafia confusa e sghemba - faccio persino fatica a vedere la mia mano mentre scrivo - le affido ad una buca delle lettere qui accanto, qualcuno le leggerà, non importa chi, l'importante che sappia che la piazzetta esiste, che racchiude la cosa più preziosa che uno ha perso in vita e che a volte, quando il dolore è grande, anche il cuore di pietra di un angelo si intenerisce al punto da donarti nel tramonto di una primavera che porti solo nell'anima la seconda possibilità per ricongiungerti al tuo amore.

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Scritto a Rieti nella notte tra il 9 ed il 10 gennaio 2001.


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